21 ott, 2018

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Un affare che fa gola ai boss delle due sponde

Notizie

di Attilio Bolzoni su La Repubblica del 13/10/2005

Lo aspettavano dai tempi di Peppino Garibaldi questo Ponte dei desideri. Profumava di soldi anche quando era solo un'idea, un miraggio. Quasi quasi non ci credevano più neanche loro che un giorno quei tre chilometri e trecento metri di cemento sospeso sul mare potessero davvero unire la Sicilia all'Italia, un'opera grandiosa, un affare colossale. Sono rimasti appostati pazientemente sulle due sponde per decenni. E adesso sono lì, in agguato per chiedere e per prendere. Le mafie vogliono il loro 25 per cento.

L'ultima indagine giudiziaria ha monitorato 3827 imprese nell'isola e 2502 in Calabria, ha esaminato 7 mila particelle catastali, ha individuato 46 personaggi appartenenti a importanti gruppi d'affari e 23 amministratori di società con precedenti per associazione a delinquere, ha visionato tutte le mappe del Piano regolatore generale di Messina e di Reggio. E a conclusione, l'inchiesta è stata inviata alla Procura nazionale antimafia, una cinquantina di pagine con un'analisi finale: «Alcune imprese, unitamente ad altre di caratura internazionale, hanno costituto associazioni.... altre hanno allargato il loro campo d'azione costituendo società con titolari fittizi con mero ruolo di prestanome...».

C'è una Banca Dati che ha dentro tutte le schede dei siciliani e dei calabresi che stanno salendo sul Ponte. Ci sono i capi delle «famiglie» più influenti ma ci sono anche rampolli della borghesia messinese e reggina, ingegneri, commercialisti, avvocati, imprenditori edili e imprenditori turistici, tutti in corsa per ricavare il massimo profitto da quel nastro che porterà da Scilla a Cariddi senza più imbarcarsi sul ferry boat. I movimenti criminali sono cominciati già da qualche anno. Il primo segnale è arrivato da Catania, da un'alleanza strategica tra un clan vicino ai Santapaola e quello calabrese dei Morabito di Africo Nuovo. Poi si sono mossi gli agrigentini. In massa. Decine di imprese sono «emigrate» da una parte all'altra della Sicilia, si sono insediate sullo Stretto dove hanno stipulato patti con società locali, per lo più costruttori. E poi, silenziosamente si sono avvicinati a Messina i palermitani. Con i loro manager e i loro «ministri» dei Lavori Pubblici, insospettabili uomini di paglia al servizio di Bernardo Provenzano. Dall'altra parte, a Reggio, le «famiglie» avevano fatto pace per tempo. E ogni ‘ndrina adesso metterà sopra e sotto il Ponte tutto quello che ha: le cave, il calcestruzzo, le macchine per il movimento terra, i camion per i portare via quelle tonnellate e tonnellate di terra e di pietra dove sorgeranno i piloni. Sono i soliti ignoti: i Mammoliti, i Pesce, i Piromalli, i Mazzaferro.

Ma l'ultima indagine sugli affari del Ponte ha scoperto anche che qualcuno sta brigando sui terreni alla punta estrema della Sicilia e della Calabria. «Sono aree al centro di imponenti manovre speculative», scrivono alla procura di Messina e di Reggio i poliziotti della Divisione anticrimine. In Sicilia si mischiano nomi e interessi intorno agli espropri d'oro nella zona del lago di Ganzirri. Ancora dal dossier di polizia: «Esistono elementi per ipotizzare tentativi di infltrazione da parte di associazioni mafiose in alcune società e in riferimento alle procedure espropriative, negli assetti societari vi è una compresenza di soggetti con legami mafiosi e di soggetti appartenenti all'ambiente universitario messinese e all'alta imprenditoria».

Appalti, sub appalti, espropri, trasporti. E anche pedaggi. Di gestire questi ultimi attraverso una propria società ci aveva pensato - almeno così emerge da un'altra inchiesta giudiziaria dei procuratori di Palermo - quel Giovanni Lapis presunto socio occulto di Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, l'ex sindaco mafioso di Palermo. E a buttarsi a capofitto nell'«affare del secolo» aveva tentato pure un ingegnere di origine calabrese che si presentava a tutti come «il commendatore». Si chiama Giuseppe Zappia. E al telefono parlava sempre del Ponte. Lo intercettavano mentre diceva: «Il mio capo è potente come lo era Saddam Hussein a Bagdad, mi occupo io di tutto e poi farò contenti i mafiosi in Sicilia e anche la ‘ndrangheta in Calabria».

Il «commendatore» Giuseppe Zappia aveva trovato 5 miliardi di euro per riciclarli tra Messina e Reggio Calabria. Aveva amici che contano in America, narcotrafficanti famosi, gente che veniva da lontano. Soprattutto da Siculiana, un paese che una volta era la Wall Street della droga. Poi quei galantuomini erano diventati rispettabilissimi capitani d'industria a Caracas e a Montreal. Il commendatore aveva buone entrature anche nei ministeri di Roma. Era sicuro di farcela. Purtroppo per lui un'indagine ha mandato in aria i suoi piani e in galera i suoi soci. Si racconta che in Sicilia e in Calabria non si siano strappati i capelli per le disavventure giudiziarie del commendatore e dei suo compari d'oltreoceano. Faranno tutto da soli i boss delle due sponde. E probabilmente ci guadagneranno di più.

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