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I disturbi d’ansia hanno
certamente un impatto negativo sulla qualità di vita di un individuo, e spesso sono
associati a disturbi di tipo psichiatrico e organico.
“Il tempo è un fattore importante (dice la dott.ssa Emanuela Mencaglia,
psicologa di reparto dell'Istituto
Clinico Humanitas) perché la situazione può
risultare più complessa nella sua gestione quando si arriva ad una
sovrapposizione sintomatologie, come ad esempio tra disturbi d’ansia e
disturbi dell’umore (sintomi depressivi). Possono essere molte le cause
per il ritardato inizio di trattamento, ad esempio, pazienti con ansia
sociale possono percepire i sintomi di estrema timidezza, come un
tratto che caratterizza fortemente la propria personalità, piuttosto
che ad un sintomo trattabile. Infatti molti pazienti affetti da
disturbi d’ansia non credono di aver bisogno di cure farmacologiche, ed
evitano quindi di rivolgersi ad un professionista per un aiuto. E
comunque, anche quando un paziente accetta l’idea di poter beneficiare
di un trattamento psicofarmacologico, il desiderio di poter risolvere
il problema senza un aiuto ‘formale’ è comune e persistente”.
“L’assistenza medica primaria e gli screening pediatrici sono
importanti per determinare precocemente i disturbi d’ansia o la loro
predisposizione.
La comorbidità deve essere attentamente valutata come la presenza
di depressione, disturbi bipolari, abuso di sostanze e disturbi di
personalità, che possono ridurre o modificare la risposta al
trattamento. Evidenziare disturbi d’ansia secondari a problematiche
legate alla salute, come ad esempio disturbi tiroidei, è comunque
altrettanto importante. Esistono diverse strategie terapeutiche
indicate nella gestione dei disturbi d’ansia, con l’evidenza che
suggerisce che il trattamento farmacologico combinato con la
psicoterapia può aiutare a migliorare i risultati”.
“Le terapie farmacologiche nel trattamento dei disturbi d’ansia
sono solitamente la prima linea di intervento ai pazienti che si
rivolgono all’attenzione medica, ma quando i paziente ha una risposta
parziale o assente al trattamento, allora le alternative si riducono.
Le linee guida considerano varie opzioni come l’utilizzo di
antidepressivi SSRI o quando questo non dà sollievo è possibile passare
agli inibitori del reuptake, della serotonina e norepinefrina (SNRI),
ma la valutazione deve assolutamente essere fatta da uno specialista
psichiatra che, a seguito di un’accurata diagnosi, prescrive il
trattamento più adeguato.
Le benzodiazepine sono generalmente utilizzate in prima battuta e
spesso migliorano i sintomi ansiosi, ma le linee guida oggi
suggeriscono che il loro utilizzo debba avvenire solo nel breve
periodo, malgrado si evidenzi, invece l’utilizzo da parte dei curanti e
degli stessi pazienti di trattamenti a lungo termine. Comunque
l’utilizzo di benzodiazepine in pazienti con problemi di abuso di
sostanza, e quelli con alti livelli di impulsività, ad esempio come
pazienti con disturbo borderline di personalità, deve essere evitato.
Inoltre è noto l’alto rischio di dipendenza legato alle
benzodiazepine, quindi l’utilizzo di altri farmaci che non hanno questo
effetto collaterale è preferibile”.
“In prima istanza la terapia cognitivo comportamentale (CBT) sembra
efficace, rispetto ad altre tecniche come la terapia supportiva, o
psicodinamica, ma nella pratica clinica si nota che la CBT non è così
efficace, o ha un ridotto effetto sulla riduzione dei sintomi, mentre
il soggetto potrà beneficiare di una terapia a lungo termine
(supportiva/psicodinamica): questo beneficio sarà più evidente in
individui che hanno subito traumi infantili.
Una volta che il disturbo d’ansia è stato diagnosticato, è
importante un approccio psicoeducazionale, che motivi i pazienti
all’inizio e alla prosecuzione del trattamento. Infatti molti pazienti
sperano in un trattamento a breve termine, psicologico o farmacologico,
ma nella maggior parte dei casi, i sintomi ansiosi spesso ritornano e
questo potrebbe essere molto frustrante.
Nella clinica è importante quindi enfatizzare al paziente la
natura cronica dei disturbi d’ansia che spesso potrebbero necessitare
di un trattamento a lungo termine sia farmacologico sia
psicoterapeutico”.
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