20 ott, 2018

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Chi va fuori, riesce o Cu nesci, arrinesci

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Chi va fuori, fa fortuna o, sicilianizzato, Cu nesci arrinesci. Lo scrive Gaetano Savatteri, nel libro I Siciliani, che “in dialetto la frase assume ambiguo significato: da una parte, a voler dire che in condizioni di vita meno soffocanti, in contesti più sereni, il siciliano riesce a esprimere le proprie virtù e il proprio talento; dall’altra, la frase è non solo l’alibi per i fallimenti o gli insuccessi di chi ha preferito o ha dovuto rimanere in Sicilia, ma nello stesso tempo la conferma che il senso di sé di ogni siciliano è tale da non permettere a nessun altro di primeggiare”. Tutte occupazioni che non prevedono un fisso ma un compenso a provvigioni sono in Sicilia. E si può andare avanti così? Certo che no, ma in sicilia non esiste qualcosa di duraturo, un lavoro che  possa permettere di guardare il futuro negli occhi. Ed in Sicilia ciò non può accadere. Diceva Leonardo Sciascia: né con te né senza di te. Si sa che la vita è difficile per tutti, sia al Sud sia al Nord, ma Milano non è Palermo; Torino non è Trapani; Verona non è Agrigento; Bologna non è Messina. Potete dirmi che è difficile dappertutto trovare lavoro, che la vita è più cara in Lombardia che in Sicilia, però vi assicuro che nell’isola e nessuno fa niente per migliorare la situazione, perché c’è a chi conviene. Qui un giovane, senza amicizie di un certo peso, non ha alcuna possibilità di farsi una famiglia ed è succube della noia, la stessa che colpì Domenico Vannantò, uno dei personaggi di Vitaliano Brancati: Insomma non gli restava che annoiarsi, annoiarsi nei modi più strani e diversi, ma unicamente annoiarsi. E questo egli faceva, passando da una noia avida e feroce, che divorasse quanto c’era all’intorno di odioso, a una noia sorda e plumbea, in cui si spegnesse, come grido nella nebbia, quanto c’era di vanitoso e petulante, a una noia lugubre e nera che avvolgesse, nel pensiero castigatore della morte, quanto c’era di stupidamente giulivo. Cu nesci, arrinesci: può darsi che a Roma o a Milano o a Torino possa esserci la possibilità di sconfiggere l’angoscia della noia ed il pessimismo per un futuro che esiste solo in qualità di categoria temporale. In siciliano si dice che sappiamo che ci siamo svegliati stamattina, ma non sappiamo quello che ci capiterà prima che scuri. “Qui siamo e potremmo da un momento all’altro non esserci”. Alla Sicilia non interessa dei giovani che soffrono per l’incapacità di godere d'una vita tranquilla; a Roma non aggrada l’uguaglianza e ritiene che tutto possa risolversi col federalismo fiscale, che piace tanto a Umberto Bossi e non si capisce perché piace anche a Raffaele Lombardo. Bisognerebbe andare da Silvio Berlusconi per dirgli: “Spettabile Presidente, son qui per dimostrarle semplicemente ch’ esisto, in qualità di giovane siciliano che è stanco di passare dal precariato alla disoccupazione e dalla disoccupazione al precariato. Con tutta sincerità: il problema si può risolvere oppure ci dobbiamo rassegnare alla colpa di essere nati in Sicilia?”. Già: può darsi che l’errore non stia in chi ha la facoltà di porre in essere una soluzione alla questione della dignità del futuro del giovane meridionale, bensì nei nostri genitori, nei nostri nonni, nei nostri antenati, che hanno deciso di rimanere dove sono, anziché farci nascere altrove. Chissà come sarebbe stata la vita, se fossimo nato a Vercelli, a Asti o a Ivrea. “Ad ogni uccello il suo nido è bello”, scrisse Giovanni Verga. Ne siamo sicuri? Ci sono ragazzi che si sono formati in nuclei malavitosi e che hanno colmato la loro noia con l’illecito: la crudele ed egoista mafia concepita come un datore di lavoro, come un padre adottivo che ha a cuore il destino dei propri figli, strappati allo Stato che non ha voluto curarsi di loro. Insomma, eredi di Salvatore Giuliano, il bandito di Montelepre, che interpretò per alcuni anni l’individuazione mitizzata dei sussulti di rivolta di ogni siciliano, vittima dello Stato e della povertà. In realtà, era un delinquente, uno che uccise a destra e a manca, uno spietato, seppur ingenuo. Ma sulla Sicilia si nota spesso un denso e spinoso Velo di Maya ed i potenti non hanno alcun interesse a toglierlo, perché se le cose non cambiano, non è perché non possono cambiare, bensì perché non si vuole che cambino. Ecco il senso dell'immobilismo siciliano. Ma io, chi sugnu nuddu immiscatu cu nenti, non posso di certo aspettare che una nuova Santa Rosalia spunti dal Monte Pellegrino e salvi la città dalla peste oche la madonna della lettera scenda dal piedistallo del porto per andare a Palazzo Zanca a prendere tutti a ceffoni. Quand’ero bambino non immaginavo che non avrei avuto alcun punto fermo! Allora sognavo che avrei avuto almeno la possibilità di coltivare il futuro con un seme costante e proficuo! Ma l’intelligenza da sola non basta. In Sicilia se non hai le amicizie, se non hai i piccioli, sei destinato ad essere ingoiato dal nulla. Di te non ha cura nessuno, neanche Dio.

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