17 set, 2021

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Curiosità dal Web

31/10/2006 - Ventitrè arresti a Messina contro i clan della criminalità organizzata dei quartieri Mangialupi e Maregrosso. L'operazione denominata "Nemesi", coordinata dal procuratore Luigi Croce, è scattata dopo le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Delle ventitrè persone incarcerate dalla Dda e dalla Squadra Mobile della Questura di Messina, diciannove si trovano ora in carcere, mentre quattro ai domiciliari. I provvedimenti restrittivi sono stati firmati dal gip Alfredo Sicuro su richiesta del sostituto procuratore Giuseppe Verzura.

Lungo l'elenco delle accuse: associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, porto e detenzione illegale di armi, rapine e tentati omicidi verificatisi a Messina tra il 2000 ed il 2004.

Promotori ed organizzatori del clan Mangialupi i pregiudicati Benedetto Aspri, Giuseppe Trischitta e Rosario Grillo. Affiliati al clan Giuseppe Arena e Valentino Rizzo, mentre Rosario Tomarchio è accusato di concorso esterno. Quest'ultimo, titolare di un negozio di telefonia, avrebbe fornito, secondo la polizia, le schede telefoniche intestate ad altre persone per ostacolare le indagini della Squadra mobile.

Un colpo decisivo verso il suo smantellamento si ebbe quando uno dei principali esponenti, Salvatore Surace, passò a collaborare con la giustizia nella seconda metà degli anni '90. Nell'ordinanza di custodia cautelare i magistrati contestano agli arrestati quattro tentati omicidi a Messina tra il 2000 e il 2004. Uno dei tentati delitti registrò il fermo dell'assassino dopo le indicazioni di un testimone oculare. Il teste in sede di incidente probatorio non confermò il riconoscimento e Giovanni Lodduca, destinatario oggi della custodia cautelare, fu rilasciato. Per gli investigatori il testimone subì pressioni per ritrattare.

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22/09/2008 - L’operazione “zaera” della Dda ha portato alla luce, oltre che gli affari di un potente clan criminale, una serie di gravi omissioni e di condizionamenti. Ferlisi: «Niente “disattenzioni” da parte dei vigili urbani». L’assessore Puglisi convoca per oggi un vertice

L’operazione “Zaera”, che ha portato all’arresto dei componenti del clan Vadalà, sembra aver squarciato la coltre di silenzio che ammanta le vicende non solo dell’ex “San Paolino”, ma di tutti i mercati cittadini. L’inchiesta del sostituto procuratore della Dda Giuseppe Verzera (e il conseguente provvedimento del Gip Giovanni De Marco), ha portato alla luce una serie di fenomeni criminali attraverso i quali una potente e pericolosa cosca mafiosa aveva conseguito il pieno controllo del territorio tra Camaro e il centro città. I fatti riguardano usura, estorsioni, ricettazione, detenzione di armi, truffe assicurative, tutti episodi di grande rilevanza ai fini dell’indagine, ma è evidente che lo sguardo degli inquirenti e dell’opinione pubblica non poteva non indirizzarsi soprattutto verso quanto accadeva all’interno del mercato Zaera, area di proprietà comunale diventata dominio di una “famiglia” e dei suoi accoliti.

Nell’ordinanza del Gip, si legge testualmente: «La gestione dell’area compete al Comune di Messina che provvede a rilasciare le licenze ai commercianti per l’occupazione dei relativi stalli. Lo stesso Comune dovrebbe provvedere anche al controllo e alla manutenzione. Tuttavia, come risulta dalle dichiarazioni dei funzionari del Comune e degli stessi commercianti, di fatto i dipendenti comunali non svolgono nè attività di vigilanza nè di occupano dell’apertura e della chiusura dei cancelli. Nessuno dei testi escussi ha spiegato le ragioni di tale “assenza” rinviando esclusivamente a una sorta di autogestione da parte dei commercianti; sta di fatto che quest’area del territorio è apparsa sottratta alla legalità».

Il gruppo familiare dei Vadalà, secondo quanto risulta dall’inchiesta, avrebbe operato – addirittura a partire dal 1996 – una sistematica forma di estorsione ai danni dei commercianti del mercato e il Comune si sarebbe, «per indolenza o per soggezione» totalmente disintessato di quell’area, non occupandosi della regolamentazione, della vigilanza e delle opere illegali realizzate all’interno.

Il quadro che emerge è inquietante e per fare chiarezza, almeno dal punto di vista amministrativo, l’assessore al Commercio Pinuccio Puglisi – in carica, va detto, solo da tre mesi – ha convocato per stamane un vertice con dirigenti, funzionari e responsabili degli organi di repressione, di vigilanza e di controllo.

A questo proposito, il comandante della polizia municipale Calogero Ferlisi ieri mattina, pur essendo giornata festiva, ha consegnato alla Procura una relazione dettagliata con tutti gli atti prodotti in questi ultimi anni dai vigili urbani. «Solo per il mercato Zaera – afferma Ferlisi – vi sono state 76 notizie di reato per occupazioni abusive, superfetazioni e altre illegalità; centinaia gli interventi nel quadro delle attività repressive da parte della polizia annonaria e per carenze igienico-sanitarie; migliaia le multe elevate per mezzi parcheggiati indebitamente davanti all’area di ponte Zaera e per spostamento delle barriere “new jersey”». Ferlisi non ci sta a passare tra i “capri espiatori”: «Quello che dovevamo fare, per le nostre competenze e tenendo conto dell’esiguità dell’organico, lo abbiamo fatto, senza reticenze nè omissioni nè connivenze».

Certo, che quello dei mercati sia stato, e sia ancora, una sorta di “mondo a parte”, un “far west” dove a dettare le regole non sono gli “sceriffi” ma i “banditi”, è difficile negarlo. Se si vuole compiere un’analisi seria, sul piano politico-amministrativo, bisogna evitare il rischio di cadere in una vuota e generica demagogia. Il Comune non è un’entità indistinta, vi sono uomini in carne e ossa, delimitazione di compiti e precise responsabilità nei singoli settori. Si vada fino in fondo ad accertare eventuali complicità, “protezioni” politiche o “disattenzioni”, senza sparare nel mucchio, ma con estremo rigore.

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22/07/2008 - Secondo i carabinieri della Compagnia di Sant’Agata Militello, le persone coinvolte nell’operazione antidroga “Figaro” si rifornivano di cocaina a Napoli ed Africo Nuovo, territori ricadenti in aree geografiche dove risiedono dei “cartelli criminali” attivissimi nel traffico di sostanze stupefacenti. Sotto indagine sono finiti Salvatore Pasquale Destro Pastizzaro, 47 anni (foto1) e il figlio Sebastiano, 22 anni (foto 2), considerati dagli inquirenti personaggi di grosso spessore delinquenziale, legati alla criminalità organizzata oricense, vicini al clan Bontempo Scavo e il barbiere di Tortorici, Settimo Manera, 33 anni (foto3). Proprio dall’attività lavorativa di quest’ultimo è stata ribattezzata l’operazione. Manera, ufficialmente parrucchiere per uomo, è stato qualificato come attivissimo pusher, cui facevano riferimento molti tossicodipendenti dell’hinterland del comprensorio nebroideo.

L’inchiesta giudiziaria, coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica di Patti, Alessandro Lia, ha avuto inizio alla fine del 2007, con l’impiego di intercettazioni ambientali e telefoniche e l’ausilio di servizi di osservazione e pedinamento. Le risultanze investigative hanno consentito di individuare una consistente attività di traffico e spaccio di cocaina, immessa sul mercato degli assuntori ramificato sull’intero territorio dei Nebrodi. Il centro nodale dell’intera attività criminosa è stato focalizzato nel paese di Tortorici, ormai riconosciuto quale importante crocevia della locale criminalità organizzata. Salvatore Pasquale Destro Pastizzaro ed il figlio Sebastiano sono stati raggiunti dal provvedimento di custodia cautelare in carcere, mentre Settimo Manera è stato sottoposto alla misura degli arresti domiciliari. Nella fase condotta dell’operazione, il personale dell’Arma ha anche effettuato alcune perquisizioni presso il centro di Tortorici, finalizzate al rinvenimento di sostanza stupefacente. I Destro Pellizzaro erano già finiti in carcere lo scorso 19 maggio per coltivazione di canapa indiana: una piantagione era stata scoperta dai carabinieri nella loro campagna in contrada Santa Nagra di Tortorici, dove erano stati sequestrati 50 chili di marijuana. Il 13 novembre 2007, inoltre, padre e figlio sono stati condannati in primo grado a 15 anni e 10 mesi nell’ambito dell’operazione “Mare Nostrum”.

fonte:melitoonline.it
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L’operazione “Ninetta” ha fatto luce su un traffico di droga che interessava le province di Messina, Catania, la zona sud della provincia di Siracusa ed anche la Calabria e la Campania da dove arrivavano i carichi di cocaina e di hascisc. I sette gruppi criminali, strettamente collegati tra loro, negli ultimi 4 anni hanno gestito il traffico di droga anche a Napoli e Novara. Questo il riscontro dell’operazione “Ninetta” eseguita dal reparto operativo dei carabinieri sotto le direttive della Dda. I fratelli Corrado e Maurizio Ruscica sarebbero stati al vertice dell’organizzazione e avrebbero controllato e gestito il traffico degli stupefacenti nella zona Sud della provincia di Siracusa. Indagati Maurizio Ruscica, Antonino Guarino e Simone Manenti, Sebastiano Lorefice, quest'ultimo già era in carcere perché coinvolto nell’operazione antimafia “Terra bruciata”.
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