01 mar, 2024

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Curiosità dal Web

17/10/2007 - Un impero costituito da centinaia di appezzamenti di terreno sparsi fra le province di Messina e Catania, ma anche aziende agricole e vinicole e poi edifici e imprese, è finito sotto sequestro su ordine dei giudici del tribunale di Catania.

Metteva a disposizione delle cosche mafiose messinesi i propri beni per offrire rifugio a latitanti e locali in cui i boss effettuavano riunioni. Un impero costituito da centinaia di appezzamenti di terreno sparsi fra le province di Messina e Catania, ma anche aziende agricole e vinicole e poi edifici e imprese, è finito sotto sequestro su ordine dei giudici del tribunale di Catania. Si tratta di beni per un valore complessivo di oltre 300 milioni di euro, uno dei più grossi sequestri patrimoniali nell’ambito di inchieste sulla mafia. L’indagine è della Direzione investigativa antimafia, e riguarda l’imprenditore Mario Giuseppe Scinardo, 43 anni, originario di Capizzi (Messina), accusato di associazione mafiosa e di far parte della cosca dei Rampulla di Mistretta. Il sequestro fa riferimento anche a beni intestati alla moglie Nellina Letizia Deni e al fratello Salvatore Scinardo.

Tra i beni sequestrati c’é anche il fondo Malaricotta che un tempo appartenne al cavaliere del lavoro catanese Gaetano Graci. E dal nome di questo appezzamento di terra prende il nome l’operazione della Dia la cui inchiesta è stata coordinata dalla Dda di Messina e Catania. “Dall’acquisto di questo appezzamento di terreno - ha detto il procuratore di Catania d’Agata - si capisce come purtroppo, alla spoliazione del bene effettuata ad un mafioso subentri un altro mafioso”. Tra le società sequestrate anche una per la produzione alternativa di energia con impianti eolici, che stava per essere acquisita da una società francese per 40 milioni di euro. L’operazione, illustrata stamani dai procuratori della Repubblica di Messina e Catania Vincenzo D’Agata e Guido Lo Forte e da funzionari della Dia, è frutto di una sinergia tra le due autorità giudiziarie.

Lo Forte ha definito “lo stretto rapporto di collaborazione tra le due Procure un efficace modo di contrapporre una organizzazione adeguata alle realtà criminali della Sicilia Orientale”. Scinardo è stato rinviato a giudizio nell’ambito del procedimento penale scaturito dall’operazione denominata ‘Montagna’. Gli investigatori ritengono che Scinardo dal 1992 ad oggi ha dichiarato un reddito annuo di 20 milioni di euro a fronte di investimenti di parecchi miliardi. Nel luglio del 2007, in occasione di un sequestro di beni, l’imprenditore avrebbe inoltre chiuso conti bancari emettendo assegni per 680 mila euro. Alla Dia risultano anche movimenti di denaro tra l’Italia e il Lussemburgo.

Durante una perquisizione è stata trovata la copia di una richiesta fatta dalla Dia alla Regione in cui si chiedeva di quali contributi avesse beneficiato l’imprenditore. D’Agata ha definito il fatto “inquietante e preoccupante” aggiungendo che esso “può essere indicativo della capacità di infiltrazione nelle istituzioni, specie regionali, da parte della mafia”.

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07/12/2006 - Undici condanne, tre assoluzioni e due prescrizioni, grazie alla legge ex Cirielli. È la sentenza della seconda sezione del Tribunale di Messina nei confronti dei sedici imputati dell’operazione antimafia “Sole d’autunno”. La pena più alta — 13 anni e mezzo di reclusione — è stata inflitta a Salvatore Mauro. Il blitz della squadra mobile era scattato il 9 novembre 1999 contro il clan del rione Cep che faceva capo a Rosario Tamburella e quello del rione Mangialupi guidato da Alessandro Cuté che gestivano il business del racket e dell’usura. Due delle vittime — i fratelli Bagnato — si sono costituite parte civile. A fare scattare le indagini della mobile un agguato al commerciante Giuseppe Oteri nel villaggio di Galati Marina.

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14/04/2008 - Quindici arresti, trenta persone indagate, ventisette perquisizioni domiciliari e oltre cento carabinieri impegnati. Sono questi i numeri dell’operazione “Vivaio” condotta dai comandi provinciali di Messina, Catania e Ancona e dai militari del Ros. L’operazione ha scardinato i cosiddetti mazzarroti della famiglia mafiosa di Barcellona. Il clan sarebbe infiltrato negli appalti pubblici e particolarmente incisivi nel controllo delle attività economiche del territorio.

Le investigazioni sono partite nel 2006 e hanno preso spunto dallo scontro al vertice tutto interno tra Tindaro Calabrese e Carmelo Bisognano. Quest’ultimo storico capo dei mazzarroti era in carcere da novembredel 2003. All’inizio Calabrese lo aveva estromesso dalle attività illecite e, grazie anche all’appoggio di Carmelo Salvatore Trifirò, si era imposto nel controllo di numerosi appalti. Su tutti spicca quello sui lavori di ripristino della galleria Valdina sulla tratta ferroviaria ed autostradale Messina-Palermo. Tra gli appalti controllati dal gruppo criminale anche quello della metanizzazione e della messa in opera di fibre ottiche in vari comuni peloritani, e ciò attraverso l’accaparramento delle attività di movimento terra e delle forniture di inerti e conglomerati cementizi. Il clan, inoltre, prestava particolare attenzione a tutto l’indotto relativo alla gestione delle discariche di Mazzarrà S. Andrea e Tripi, dove convergono i rifiuti solidi urbani e speciali dell’intera provincia di Messina.

E’ stato accertato che le forniture e il movimento terra per la copertura dei rifiuti erano affidate da oltre un decennio ad imprenditori legati prima a Carmelo Bisognano, poi a Tindaro Calabrese, acuendo così i contrasti tra le due frange culminate con l’omicidio Rottino.
Insomma, si era creata una gestione monopolistica dello smaltimento dei rifiuti speciali derivanti dalla lavorazione degli agrumi, il cosiddetto “pastazzo” che, invece, di essere smaltito veniva riversato su aree demaniali o addirittura venduto come fertilizzante.

Le indagini al momento non possono ancora considerarsi concluse visto che nel corso delle perquisizioni sono stati rinvenuti documenti particolarmente utili agli investigatori. Tra gli indagati, ci sono anche alcuni amministratori pubblici coinvolti in quanto titolari d’impresa.

Con l’operazione vivaio è stato inflitto un duro colpo ad uno dei sodalizi criminali più pericolosi della provincia tirrenica e nebroidea, che ormai da tempo controllava numerose attività economiche.

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13/12/2007 - I carabinieri del reparto operativo del comando provinciale di Messina hanno eseguito, con un blitz nella notte, un'ordinanza applicativa di alcune decine di misure cautelari in carcere, emesse dal gip di Messina, nei confronti di personaggi di spicco della criminalita' messinese. Gli arrestati sono accusati, a vario titolo e ruolo, dei reati di omicidio aggravato e di associazione mafiosa con l'aggravante di aver tentato anche di depistare le indagini inducendo testimoni a dichiarare il falso.
  
Le indagini sono partite in seguito a tre casi di omicidio: il primo, quello di Franco La Boccetta, il 13 marzo del 2005 e poi di altri due, quelli di Sergio Micalizzi e Roberto Idotta, entrambi avvenuti il 29 aprile 2005 l'uno a distanza di poche ore dall'altro. Gli inquirenti sono arrivati alla conclusione che era iniziata una guerra di mafia tra i due clan emergenti a cui i tre appartenevano e che operavano in due quartieri di Messina.
  
All'operazione denominata 'Mattanza', che ha portato allo smantellamento definitivo dei due clan, hanno partecipato oltre un centinaio di carabinieri anche del reparto territoriale, del nucleo elicotteri di Catania e del nucleo cinofili del comando provinciale di Palermo. Ulteriore dettagli saranno forniti nel corso di una conferenza stampa oggi alle 10:30 presso il Comando provinciale carabinieri di Messina.

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