27 apr, 2018

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28/12/2008 - Erano le 5,21 del 28 dicembre 1908. La terra tremò e tutto crollò

Notizie

Stava per chiudersi il 1908. Le festività natalizie erano appena trascorse e la maggior parte degli italiani si accingeva a festeggiare il nuovo anno quando, la mattina del 29, la grave, tremenda notizia, veniva letteralmente sparata su tutta la stampa italiana: Orrendo terremoto in Sicilia e Calabria è il titolo a tutta pagina del Corriere. L’immensità del disastro appare così devastante che fin dal 30 dicembre si parla di 70.000 morti a Messina e 25.000 a Reggio. Tutto sembrava incredibile. La maggior parte dei sopravvissuti, dopo giorni, non riusciva ancora a capire che cosa effettivamente fosse accaduto. Tutto avvenne in una sequenza così disarmante ed inumana che ci fu persino chi pensò ad un contemporaneo bombardamento di centinaia di corazzate. Erano le 5.21 della mattina di martedì 28 dicembre, era ancora buio ma la maggior parte della gente era già in piedi, pronta ad avviarsi al lavoro, chi l’aveva, o alla ricerca di uno chi non l’aveva. Pronti ad affrontare una nuova giornata di stenti. Improvvisamente, un cupo, profondo brontolio si sente come provenire dalle viscere della terra e il tempo di chiedersi cos’è stato che tutto crolla sotto i piedi. Chi riesce ad uscire illeso dalla quasi totale distruzione, si avvia verso il mare per accorgersi con sgomento che, invece, è il mare a venire loro incontro. Onde immense alte oltre 11 metri si abbattevano su tutto ciò che incontravano e, nel ritorno in mare, con il risucchio irresistibile, trascinavano dietro quel ch’era rimasto di case e interi palazzi.

L’enorme massa di detriti, compresi migliaia di esseri umani che il mare sradicava dalla terra, aveva ostruito lo Stretto di Messina. Il paesino di S. Alessio, vicino a Reggio Calabria, l’istante successivo che un’onda alta 11 metri e 70 cm l’ha travolto, è stato cancellato dalla faccia della terra.
Per trentasette secondi sotto Messina, la città dove Giovanni d'Austria, il vincitore dei Turchi a Lepanto, apprese "la felicità del vivere", dove Shakespeare ambientò il suo "Molto rumore per nulla" e dove solo poche ore prima si assisteva all'Aida, la terra trema con una violenza inaudita (11 gradi della scala Mercalli). Poco dopo nel silenzio spettrale si ode un rombo che viene dal profondo del mare: onde alte fino a 13 metri si scagliano sulla città e divorano gli imponenti palazzi del lungomare. Così muoiono molti dei sopravvissuti del sisma, scesi in strada e corsi verso la riva in cerca di scampo. Alla fine i morti saranno 80.000 a Messina e 15.000 a Reggio. In quei trentasette secondi di apocalisse edifici, ferrovie, strade e anche la stazione radio sono distrutte o gravemente danneggiate.
 
Svaniscono come fantasmi gli edifici neoclassici della monumentale Palazzata del lungomare, scompaiono le chiese barocche dove Filippo Juvara aveva mostrato il suo primo talento e la strada dei Monasteri. Quando la furia si placa, Messina e Reggio si trovano in un buco nero dal quale non si può lanciare nemmeno un Sos. In questo luogo inesistente resteranno per tutta la mattina e tutto il pomeriggio del 28 dicembre fino a quando - come ricostruisce Giorgio Boatti nel suo libro "La Terra Trema" - alle 17.25 arriva sulla scrivania di Giolitti, Presidente del Consiglio e ministro dell'Interno, il telegramma che finalmente fa rompere gli indugi. Ma un'intera giornata preziosa è andata perduta. I primi aiuti arrivano dalle navi ancorate al porto di Messina. In giornata il piroscafo Usa Washington e poi la nave Montebello portano a Catania i primi feriti messinesi, mentre il mercantile inglese Afonwen fa rotta verso il porto di Siracusa. Da queste due città partono i primi aiuti e viene lanciato l' Sos che raggiungerà le squadre navali russa e inglese che si addestravano al largo delle coste siciliane.
 
Sul finire della prima terribile notte dopo il cataclisma arrivano i primi aiuti organizzati. Nell'alba livida, sotto gli occhi spiritati dei superstiti ancora sotto shock, dalle corazzate Cesarevic e Slava e dagli incrociatori Makarov e Bogatyr scendono circa tremila marinai che salveranno migliaia di persone. Più tardi arriva l'incrociatore inglese Sutley con i suoi 170 allievi marinai, al quale seguirà il giorno dopo l' incrociatore Minerva partito da Malta, e poi alcune navi tedesche. Sempre il 29 arriveranno le corazzate italiane Regina Margherita e Regina Elena mentre la Napoli si dirige verso Reggio Calabria. Una quarta corazzata italiana, il Vittorio Emanuele, arriva il 30 dicembre con a bordo il Re e la Regina. Poi per Messina giungono giorni forse ancora più terribili: viene deciso lo stato di assedio e si arriva persino a pensare di cannoneggiare la città semidistrutta, raderla al suolo per ricostruirla altrove. Il timore di un complotto ribassista sui titoli della Banca d'Italia induce poi il generale Mazza a usare troppo zelo nella difesa di banche e caveau. In realtà il 7 gennaio 1909, alla riapertura della Borsa, le azioni della Banca d'Italia perdono solo 13 punti (e non i 100 temuti).Ma accanto a tanti errori e polemiche che investirono anche il Governo (Giolitti si recherà a Messina solo nel 1911 dove, scrive un suo biografo, "fu accolto a fischi") brilla ancora oggi il ricordo della solidarietà arrivata da tanti Paesi.Dopo le squadre navali russa e inglese da tutto il mondo arriveranno aiuto per le sfortunate Messina e Reggio: dalla Germania all' Austria-Ungheria, dalla Francia agli Stati Uniti, dalla Danimarca alla Grecia alla Spagna al Portogallo. Uomini che pochi anni dopo si sarebbero trovati su opposte trincee sui fronti della Grande Guerra, accorsero per restituire alle due città la speranza di una nuova vita.
 
Era il più grande terremoto e maremoto insieme che l’Europa ricordi. Non è mai stato accertato quante furono esattamente le vittime. Una cosa è certa: più di ottantamila persone perirono in una sola manciata di secondi. Per giorni e giorni, uomini e donne e bambini vagarono tra le macerie, completamente inebetiti. Dalle due alle tremila persone morirono nei giorni successivi poichè seguirono piogge e freddo di una intensità mai registrati prima e quando ritornò il mitico sole caldo di Sicilia cominciarono le epidemie, le malattie, la fame. Il Governo, presieduto da Giolitti, fece l’impossibile per alleviare le sofferenze, furono mandate migliaia di persone compreso un corpo volontario di baresi e mezzi dell’Esercito e della Marina per costruire baracche, alloggiamenti.
Furono fatte leggi per la ricostruzione delle zone terremotate, soccorsi urgenti, interventi speciali, eppure cent’anni dopo, a Messina, le baracche sono ancora lì, testimonianza di un’opera incompiuta.
 
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