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10/10/2007 - L' ESPRESSO - Padrini e predoni: un ritratto di Messina, la città dello Stretto

Notizie

L'Articolo di Riccardo Bocca, pubblicato dall' Espresso qualche giorno fa è stato letto, annuendo ad ogni parola, da tutti i Messinesi. La fortuna volle che, a distanza di pochi giorni, il Sindaco decade e si pensa già ad altro. Pensiamo al futuro hanno detto in molti....... ed allora rivolgiamoci al nuovo commissario mostrandogli e spiegandogli che,  intanto, questo sembrerebbe essere il presente......

Padrini e predoni - di Riccardo Bocca, L’Espresso di qualche settimana fà

""Clan sempre in azione. Vecchi e nuovi comitati d’affari. Scandali. Speculazioni edilizie. Lavoro nero. Ambiente a rischio. Economia in declino. Così l’illegalità soffoca la città dello Stretto.

A Messina la mafia non c’è. «Al massimo qualche mela marcia», assicura il sindaco Francantonio Genovese della Margherita, candidato leader per la Sicilia del Partito democratico. Lo stesso dicono altri politici e imprenditori. Comitati d’affari sì, collusioni tra palazzinari e amministratori anche. Ma la mafia no, non esiste. Fatto sta che alla vigilia delle ultime elezioni cittadine, sul muro esterno del Comune è apparsa una grande scritta: «La mafia è bella!». Con questo slogan in vista, l’aspirante sindaco Genovese ha accolto a palazzo Zanca Rita Borsellino, venuta a sostenerlo. Poi lei è partita e la scritta è rimasta. Per quindici giorni, senza che nessuno osasse cancellarla. Alla fine un messinese indignato si è rivolto al questore, e i vigili l’hanno rimossa.

Da altre parti d’Italia, un simile episodio avrebbe scatenato giornali e pubblica indignazione. A Messina è scivolato nel silenzio. Troppa abitudine a subire, a collezionare primati negativi. Nel 2004 il “Sole 24 ore” ha consacrato Messina provincia più invivibile d’Italia. Nella classifica della ricchezza 2006 era ottantaduesima. Lo scorso giugno, l’Istat ha calcolato che se a Trento una causa civile dura in media 500 giorni, a Messina cene vogliono 1.435. E ancora: l’ultimo rapporto di Legambiente rifila il novantunesimo posto all’ecosistema urbano, stroncando raccolta differenziata e aree verdi. Tutto ciò, scrive la Camera di commercio, in un’economia con «il trend in crescita delle imprese messe in liquidazione nell’ultimo quinquennio» e un «costante numero di società in fallimento». Un incubo, per chi voglia fare bene. E una manna per il malaffare. Ha detto il procuratore della Repubblica Luigi Croce: «Messina è una città massonica. Potenti clan controllano trasversalmente i Palazzi della città. Sono clan mafiosi, ma anche lobby di potentati economici e affaristici».
Quanto alla politica, le famiglie regnanti sono sempre le stesse: i D’Alia, i D’Alcontres, i D’Aquino, i Germanà, i Ragno... E i Genovese. Il sindaco in carica, 39 anni traditi da calvizie e modi antichi, è figlio dell’ex senatore democristiano Luigi e nipote dell’ex ministro dc Nino Gullotti. Nonché cognato del deputato regionale Franco Rinaldi (Margherita) e del consigliere provinciale Rosalia Schirò (prima Margherita, ora Udc). Se gli chiedi perché a Messina comandino i soliti noti, però, risponde: «Questa è una città libera, desiderosa di un futuro migliore, con lecite ambizioni e senza incrostazioni familiari».
Non lo imbarazza essere, oltre al primo cittadino, socio della famiglia Franza, padrona dei traghetti che collegano al continente. E nemmeno lo turba ciò che succede nella società C&M, che gli ha curato la campagna elettorale. Direttori generali, mostra l’organigramma, sono la moglie Chiara Schirò e l’ex sindaco Mario Bonsignore: condannato nel ‘93 a due anni e sei mesi per affari e appalti, esiliato dalla città per 11 mesi perché non inquinasse le prove, infine assolto tra infinite polemiche. Come dire: passato e presente sono una cosa sola, a Messina. Il che non sempre aiuta. Basti pensare alle vicende dell’università locale; quella che oggi vanta il facoltà e 35 mila studenti. Ma anche quella dove non s’è mai chiarito l’omicidio di Matteo Bottari, docente di Endoscopia ucciso a pallettoni in faccia, Nei giorni scorsi il ministero dell’Università ha constatato che gli studenti messinesi sono i più bravi d’Italia, nei test d’accesso a Medicina. Dato che altrove esalterebbe, e invece qui ha provocato un blitz della Finanza. Colpa dei precedenti.
A luglio il rettore Franco Tomasello è stato sospeso due mesi per il sabotaggio di Filippo Spadola, vincitore di una cattedra a Veterinaria già destinata a Francesco Macrì, figlio del preside di facoltà. Nelle stesse ore è scoppiato il caso Lipin, progetto di ricerca prima finanziato e poi saccheggiato. Per non parlare del resto: «L’università di Messina», scrivono i magistrati, ‘è permeata nelle più alte cariche da una concezione privatistica e clientelare della pubblica amministrazione». Un verminaio dove «centri di potere» elargiscono «favori ad amici e conoscenti», ricorrendo se necessita a «ritorsioni e minacce».  «Eccessi», contesta il pro rettore Pietro Navarra, classe 1968, visiting professor alla Columbia University, docente di master a Shanghai e punta di diamante della gestione Tomasello. «Si è voluto colpire chi ha portato l’innovazione, chi ha sparigliato i vecchi giochi”. Negli ultimi tre anni, ricorda, «sono stati lanciati 150 concorsi per arruolare giovani ricercatori. Si è appena svolto un workshop con nomi internazionali per progettare lo sviluppo urbano». E lui per primo, figlio del barone universitario Salvatore e nipote del boss Michele Navarra (nome d’arte “U patri nostru”). invoca «la concorrenza, il dinamismo economico, la distanza dall’universo criminale». Appello condivisibile, ma poco seguito. 11 perché lo spiega Fabio Repici, avvocato di parte civile nel processo per l’omicidio di Graziella Campagna, 17 anni, colpevole di avere trovato un’agendina con nomi scottanti: «La cronaca messinese», dice, é un rosario di scandali.
Nel 2005 c’è stata l’operazione Gioco d’azzardo, sulle tresche dei costruttori e il riciclaggio dei capitali. Nel 2006 è esplosa l’indagine sugli scempi attorno al piano regolatore. Lo scorso maggio è spuntata Oro grigio, ennesima storia di mazzette e concessioni. Eppure», dice Repici, «niente è cambiato. I comitati d’affari sono gli stessi di quando comandava il boss Michelangelo Alfano (protagonista di uno strano suicidio). L’ex Sottosegretario al Tesoro Santino Pagano e il costruttore Salvatore Siracusano, accusati di concorso esterno alla mafia, corruzione e riciclaggio, continuano a macinare affari». Quanto ai magistrati. Repici applaude il loro coraggio. Ma racconta anche un episodio sul procuratore generale, Ennio D’Amico: «Mentre l’ex sottosegretario Pagano era in carcere, gli è morta la suocera. Al che D’Amico, allora presidente della Corte d’appello di Reggio Calabria (competente per le indagini), partecipa a un necrologio sulla “Gazzetta del Sud”. Firmandolo, tra gli altri, con l’imprenditore Nicola Caligiore, il cui figlio Roberto era in prigione assieme a Pagano». Inutile stupirsi. La vita è questa, a Messina. «Trasversalità», la chiama ironico Maurizio Bernava, segretario provinciale della Cisl. La chiave magica per accontentare tutti. Il segreto per cui a Messina più che morire, si vive di mafia». Se poi cerchi conferme della promiscuità, della costante fuga dalla legalità, allora devi girare in auto. A pochi metri c’è il mare, uno dei più belli d’Italia, con correnti isteriche che lo colorano di mille azzurri. Eppure vedi solo cemento. Una sequenza di muri in deroga al buon senso e spesso al piano regolatore. «Da anni», segnala il Wwf, «Messina è inchiodata appena sopra ai 260 mila abitanti. Nonostante questo, le gru si moltiplicano». Ai loro piedi, costruzioni con le fondamenta nella sabbia, oggi in sicurezza e domani chissà. «Venga!», strilla un anziano dal balcone di via Trapani, una delle perpendicolari che scendono dalle colline al mare. «Venga a vedere cosa succede a costruire le strade sulle fiumare, a buttare cemento sopra l’acqua che scorre». La scena è sconcertante. Per cinquanta metri la strada non c’è più. Protetto da na grata di ferro, un rigagnolo scende tra pattume e schifezze. Un p0’ più sopra, in piena area protetta dalle direttive europee, c’è il complesso in costruzione Green Park, quello dell’inchiesta Oro grigio. Più in là lo svincolo Giostra, una lingua d’asfalto che avrebbe dovuto alleggerire il traffico. Avrebbe, perché penzola incompiuta nel vuoto. «Messina», dice l’architetto Alessandro Tinaglia, 36 anni, parte da presupposti falsati. Il piano regolatore del 2002, aveva una previsione di crescita sovradimensionata. E solo anime candide possono prenderlo per un errore. In verità si è speculato sulla città, su chi ci abita. E si continua a farlo». Racconta, Tinaglia, che a un certo punto l’ha convocato l’amministrazione Genovese. Volevano coinvolgerlo nella rinascita di Messina, lui premiato alla Biennale di Venezia per un progetto su Milazzo. «La mia idea», spiega, «è considerare lo Stretto nel suo insieme: collegare Reggio Calabria a Messina e ragionare di conseguenza». Piano affascinante, ma devastante per i potentati locali. Morale: dalle parole non si è passati ai fatti. «Qualcosa comunque si è mosso», aggiunge Tinaglia, «ed è già un passo importante». Decisamente ottimista, in questo senso, è il sindaco Genovese. Per lui, il futuro di Messina ha tre parole d’ordine:»Infrastrutture, ambiente e qualità di vita», li primo passo, annuncia, sarà la celebrazione di una sciagura: il terremoto del 28 dicembre 1908. Evento molto atteso, in città, ma ancora indecifrabile. Non esiste un cartellone delle iniziative, e neppure un piano finale di riassetto urbano. Reali e cupe, invece, sono le statistiche sul lavoro: «Dal 2003 al 2005» , scrive la Cisl siciliana, «si registra nella provincia una progressiva flessione».
A trionfare è «l’effetto scoraggiamento. da qualche anno tendenza stabile « .Vero è che il tasso di disoccupazione è sceso del 4,1 per cento sul fronte femminile, e dell’1,2 su quello maschile. Ma solo perché «si è ridotto il numero di chi cerca occupazione». Molti, documenta la Cisl, rinviano la ricerca del lavoro. O scelgono di emigrare. Come dargli torto? Ci vuole poco, a Messina, per deprimersi. Basta leggere gli esiti delle ispezioni nelle aziende. Da gennaio a marzo 2007, su il i società 89 sono risultate irregolari, con 159 lavoratori in nero su 599. Da aprile a giugno, invece, le aziende fuori norma erano 56 su 74, con 89 lavoratori in nero su 316. «Resistere a Messina è dura», commenta Nini Bruschetta, interprete con Anna Bonaiuto del film “L’uomo di vetro”, storia del primo pentito di mafia Leonardo Vitale. «Tanti sono progetti validi, ma altrettanta fa conflittualità». Discorsi che tornano in mente davanti al Teatro Vittorio Emanuele, in pieno centro. Il 29 luglio scorso, i suoi orchestrali hanno abbandonato il palcoscenico durante uno spettacolo di beneficienza. Motivo: esasperazione da precariato. Continuando a camminare, in un traffico delirante, si arriva ai moli dei traghetti per Villa San Giovanni. Un’altra tappa senza pace. Per anni il trasporto tra Sicilia e Calabria è stato gestito dalla Caronte spa (famiglia calabrese Matacena) e dalla Turist Spa (famiglia siciliana Franza, socia del sindaco). Tanta era l’armonia, che l ‘Antitrust ha multato per abuso di posizione dominante entrambe le società. «Una lezione che non è bastata», dice Aurora Notarianni, candidato difensore civico per Messina. «Nel 2006 le famiglie Franza, Matacena e Diano sono entrate in società con Rfi (Rete ferroviaria italiana), e insieme gestiscono il nuovo molo di Tre- mestieri». Una situazione sul tavolo dell’Antitrust, risulta a “L’espresso”, dove si sta parlando di un’altra multa o un’altra istruttoria. «Comunque sia, una tristezza», sbuffa il sindacalista Remava. «Ma attenzione:

Messina non è sempre stata l’Eldorado dell’arroganza. Non sempre, nella storia, la politica ha controllato senza governate». Nella notte dei tempi (prima guerra punica), Messina è stata addirittura capitale della Sicilia. Con i Normanni era un brillante centro economico e culturale. Poi sono seguiti i tempi grami. Prima il terremoto del 1783. quindi quello di inizio Novecento. infine, il tira e molla attorno al Ponte sullo Stretto, alibi perfetto per l’immobilismo. « Paradossalmente», dice Stefano Lenzi, capo dell’ufficio legislativo del Wwf, «il governo Prodi non ha risolto le ambiguità. A parole il ponte non è più prioritario, ma il contratto con Impregilo è tutt’ora in piedi. Non solo: il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro dichiara di attendere la consegna del progetto per non pagate penali. Ma le carte dicono altro. Il contratto è rescindibile in qualunque momento. E comunque, il progetto definitivo doveva essere consegnato in 180 giorni: scadenza più che superata». Con queste premesse, è surreale invocare efficienza a Messina. L’attesa del futuro continua, l’oligarchia delinquenziale prospera. E l’amministrazione pubblica sbanda. Fino a che punto, lo si capisce nell’ufficio di Giuseppe Previti, capogruppo di Rifondazione alla Provincia. Oltre al bandierone rosso e alla canonica foto di Che Guevara, c’è un armadio pieno di documenti. Centinaia di contestazioni che Previti infila nelle sue interrogazioni. »> Vogliamo parlare della Pro.ge.ta. Spa (Programmazione integrata e di gestione territoriale ambientale)?>., butta lì. «Si dovrebbe occupare di industrie, porti, fondi comunitari, energia e quant’altro. La Provincia è socia, ma non ha idea delle attività svolte», Peggio ancora va con i locali affittati per tamponare la carenza di aule scolastiche. » Quest’anno», scrive Previti. «è previsto un esborso di 4 milioni 241 mila 818 euro». Cifra che stranisce, ma non quanto i circa 135 mila euro sborsati dalla Provincia per due mini appartamenti nel cuore di Taormina. Un investimento su cui si è molto ironizzato, vista la teorica destinazione istituzionale. Fatto sta che la Provincia, dopo la denuncia di Previti, ha girato gli immobili a Taormina Arte, fondazione di cui fa parte. «Messina», dice Francesco Rìzzo, giovane consigliere di An, « è capovolta: avviene ciò che non dovrebbe. Senza ritegno, in scioltezza. Arrivando a situazioni paradossali. Pensi che il Comune, invece di concentrarsi sulla periferia, ha costituito con i privati la società di trasformazione urbana “Tiro- ne”, per la riqualificazione dell’omonimo quartiere storico: in pieno centro «.11 sapore, sostiene Rizzo, «è quello della speculazione». Ma anche della spregiudicatezza. In una lettera inviata alla Regione e al sindaco di Messina, i residenti spiegano che la zona «è caratterizzata da gravissima pericolosità idrogeologica e vincolo sismico di prima categoria». Costruirci un «edificio residenziale di sette piani», in altre parole, è assurdo. Anche se redditizio. «Massì», riconosce il sindaco Genovese, «a volte la città è stata mortificata, ingiustamente». La quotidianità dei messinesi, continua, «deve trovare nuovo slancio. Dobbiamo credere nel turismo, recuperare la vocazione all’accoglienza della città, far sì che non sia solo un transito verso altre mete». Tutti impegni che lo vedranno protagonista. Perché malgrado le quote nei traghetti, il sindaco è stato nominato anche commissario straordinario per il traffico e l’emergenza ambientale. Sarà lui a gestire i soldi che sbarcheranno a Messina ai posto del ponte. E con questi 300 milioni e passa di euro vorrebbe «terminare lo svincolo Giostra, oltre che «trasferire in blocco gli approdi dei traghetti a Tremestieri».

Se davvero andrà così, nessuno lo può dire. Nel frattempo, come gesto di cortesia, il sindaco mi recapita in albergo una scatola di dolci lunga mezzo metro e larga poco meno, Sulla carta arancione e gialla si legge “irrera”: la rinomata pasticceria di piazza Cairoli. Un omaggio gradito. Peccato che il padre di uno dei titolari, Giovanni Puglisi, sia stato arrestato nell’inchiesta Gioco d'azzardo. Un dettaglio non da poco.""

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