Nell’era grande della preistoria venne a Capo Peloro, nella cuspide
nord orientale della Sicilia, un giovane della Beozia di nome Glauco,
ritenuto figlio di Nettuno. Aiutato da alcuni amici tagliò sui monti
intorno alcuni alberi di pino e con il legno ricavato costruì una barca
snella e veloce che dipinse con i colori del mare. Come mestiere, si
mise a fare il pescatore e divenne così bravo e cosi abile che le sue
reti, alla fine di ogni pesca, risultavano sempre piene di una quantità
enorme di pesce. Glauco non tratteneva mai per se tutta
quell’abbondanza di pescato, ma la ripartiva con gli amici e per sé
teneva solo quanto bastava per mangiare e per vivere alla giornata.
Oltre ad essere generoso con, buon cuore, Glauco era anche un bel
giovane. Aveva gli occhi azzurri, sopracciglia folte e arcuate, il naso
dritto e regolare, la bocca rosea e morbida come quella di un
fanciullo, mentre una barba corta e riccioluta gli incorniciava
deliziosamente il mento i suoi capelli lunghi e sottili come fili di
seta, gli scivolavano sulle spalle morbidi e carezzevoli, quando
camminava oscillavano ad ogni movimento e sotto il sole cambiavano
colore, passando dal biondo al ramato.
Tutte le nereidi, Teride, Anfittide, Panope e la stessa
Galatea, bianca come il latte assieme alle sirene ammaliatrici e alle
sorridenti ninfe delle acque, venivano dalle parti del Peloro per
conoscerlo e parlargli. Spesso, alcune di esse, sì spingevano fin sulla
spiaggia e più d’una, conquistata dal suo fascino gli sorrideva con
invitante simpatia. Glauco era gioioso con tutte e scherzava come fa un
buon, compagno di giochi, ma, in particolare, non guardava nessuna,
contento di godersi la scanzonata libertà della sua verde giovinezza e
quel senso giocondo di disporre pieamente e liberamente del suo tempo e
dei suoi pensieri.
Un giorno, assieme alle sirene e alle ninfe dalle parti
del Peloro venne la figlia di Forco, la dolce e romantica Scilla, una
fanciulla bellissima e soave, piena di vita e desiosa d’amore. Nel suo
piccolo cuore pulsavano sogni di giovinetta e tutta lei stessa, ancora,
s’infiammava al pensiero del suo futuro amore.
Quando Scilla vide il biondo Glauco, sentì il cuore
battere più forte e il sangue le salì alle gote e le imporporò il viso
di desiderio. Da quel momento, ogni giorno, sul far dell’alba, lei
cominciò a venire sulle rive del Peloro, ad aspettare con cuore
innamorato e palpitante che Glauco venisse a preparare la sua barca per
la pesca. Poi se ne restava ansiosa ad attenderlo fino al tramonto,
fino a quando lo vedeva tornare con le ceste colme di pesci ed avviarsi
poco distante, alla sua piccola dimora. Scilla era timida e mai avrebbe
osato dichiarar il suo amore, perciò si accontentava di guardarlo, di
sorridergli e di sperare. Glauco la guardava e le sorrideva con
simpatia, ma forse, qualche volta, dovette rivolgerle una carezza o
accondiscendere a quell’amore ingenuo di fanciulla, puro e sincero come
sempre puro e sincero è il primo amore.
Un giorno passò dalle parti del Peloro la maga Circe,
la bianca fanciulla dalla pelle vellutata come un petalo di rosa, ma
volubile come una frasca al vento, sempre languida e desiosa di
ebbrezze d’amore. Scilla la ebbe per amica e assieme andarono a fare i
bagni nel laghetto dei Margi. A sera, poi, andavano a passeggiare lungo
le rive di Ganzirri, ad ammirare il verde fluttuare delle onde che dal
mare Tirreno correvano verso il mare Ionio.
Scilla, un giorno confidò a Circe il suo amore per
Glauco e in cambio ebbe consigli e una promessa d’aiuto. "Fammi vedere
questo tuo straordinario giovane" - le disse la maga - "ed io
t’insegnerò il modo di conquistarlo".
Il giorno dopo Circe e Scilla si recarono sulla spiaggia, Glauco giunse
poco dopo. Nella lucentezza dell’alba alle due donne egli apparve bello
come un dio, agile come un atleta e smagliante in tutta la Sua
giovinezza esaltata dai capelli biondi e dagli stupendi occhi azzurri
profondi come il mare. Circe ne rimase ammaliata e se ne innamorò. -
Bello Glauco, figlio di Nettuno - pensò estasiata, nella sua mente - E’
l’essere più bello che io abbia mai visto. Ho deciso! Egli fa giusto
ai caso mio... l’ uomo adatto al mio furente amore. Lo farò mio
amante! - tu - disse poi a voce alta, rivolta a Scilla - cercati un
altro uomo perché Glauco dai capelli biondi e dagli occhi di mare ora
appartiene a me!... Scilla tremò. Quelle parole furono per lei una
sentenza di morte. Come poteva l’ingrata maga rubarle il suo amore! E
non si accorgeva che Glauco per lei rappresentava la vita male aveva
fatto a confidarle i suoi sentimenti. Sentì il cuore fermarsi e poco
mancò che non morisse. E continuò invano a supplicarla. La chiamò con,
tutti gli aggettivi più belli. Si fece umile e piccola, strisciando
quasi ai suoi piedi. Dapprima Circe ascoltò ridendo beffandosi dei suoi
sentimenti di fanciulla, poi stanca e sdegnata, avvelenò la
fonte in cui Scilla soleva venire a bagnarsi c quindi, impugnata un
bacchetta magica, la toccò su una spalla e avvenne l’incredibile.
Ingannata dalla maga, Scilla cominciò a trasformarsi in un mostro
marino, con sei teste latranti e dodici orribili deformi gambe. La sua
pelle, prima liscia e delicata, cominciò a coprirsi di squame ruvide e
lucenti, e sua la voce già melodiosa e dolce, ora divenne rauca e
abbaiante.
Appena Scilla s’accorse di essere divenuta un mostro, non resse alla
disperazione e si gettò in mare, il suo cuore si trasformò in macigno e
s’incrudelì al punto da costringerla a far strage dei naviganti che
avevano la ventura di passare dalle parti della sua caverna. La stessa
Circe più tardi, descrivendola ad Ulisse la definì un: "prodigio
immortale, uno spavento, un orrore selvaggio con cui non si lotta
contro di lei non c’è riparo, bisogna, fuggire".
Intanto la perfida Circe se la spassava con Glauco. Ma
quando venne la primavera, volubile com’era, si stancò del suo amore e
lo lasciò. Prima voleva tramutarlo in un animale come aveva fatto con i
suoi passati amanti, ma non poté farlo perché Glauco era figlio di
Nettuno. Perciò lo lasciò, senza neanche dirgli addio, e se ne tornò
nella sua isola di Eta. Quando Glauco si accorse d’essere stato
abbandonato, cadde in una tristezza profonda. Ma la sua amarezza
divenne sofferenza quando seppe della brutta fine di Scilla, di quella
piccola creatura dalla voce melodiosa che tutte le mattine, per tanto
tempo, lo aveva atteso sulle rive del Peloro che la perfida Circe, per
gelosia e con l’inganno aveva cambiato in un orrido mostro marino.
Oh grandi Dei! — inveì in cuor suo — perché mi
dannaste a così crudele destino!.
Ora, ogni giorno, Glauco prese l’abitudine di uscire con la barca fuori
dalle acque dello Stretto e di avvicinarsi all’antro di Scilla. Quando
giungeva nei pressi, la chiamava per nome e cominciava a rammentarle il
tempo felice dei loro primi incontri. L’orrido mostro, più di una
volta, fu sul punto di avventarsi con le sue bocche latranti ed
inghiottirlo. Ma, pur se soggetta alla demenza canina, nel suo cuore,
forse, restava ancora qualcosa del suo amore di donna. Così, dopo aver
latrato minacciato, finiva per acquietarsi rientrava nelle buie caverne
marine mentre Glauco, affranto e disperato, tornava alla spiaggia dello
Stretto.
Intanto passarono gli anni, Glauco, sempre più
malinconico, divenne Un vecchio curvo, pieno di ricordi e di rimorsi.
Egli, non si allontanò più dalle rive dello Stretto e continuò a vivere
solitario ed eremita, nutrendosi solo del prodotto della sua pesca
sempre abbondante. I capelli e la barba gli si erano imbiancati, ma gli
occhi erano rimasti vivi e lucenti, forse un pò tristi a causa del
tenero e mai scomparso ricordo di Scilla quando, ancora giovinetta,
dolce e bellissima. si era perdutamente innamorata di lui.
Ma Glauco ora si sentiva anche stanco. Ogni giorno
tornando dal mare remava sempre più lentamente e a fatica una volta,
mentre tornava da una pesca lontana, vide in mezzo al mare un’ isola
bellissima, piena d’alberi e di fiori, persino sulla spiaggia Cresceva
un’ erbetta verde argentata, soffice e molle come un tappeto di Persia.
Glauco, improvvisamente, si sentì stanco e triste. Accostò con la barca
a quell’isola sconosciuta, tirò a secco le reti e sedette sulla soffice
erbetta cominciando a selezionare i pesci pescati. E allora egli vide
una cosa incredibile, meravigliosa. Quei pesci, appena toccavano
quell’erba, tornavano a vivere e a piccoli balzi, si allontanavano
verso il mare e vi si tuffavano. Glauco restò sbalordito. Mai in vita
sua aveva visto o sentito parlare di cose simili. Ora era vecchio e
stanco, e anche un tantino miope. Ma quello che vedeva era realtà e non
sonno. Colse allora un ciuffo di quell’erba a mangiò. Oh, che sapore
bellissimo aveva quell’alga! Nella sua mente tornò il ricordo dei cibi
mangiati nella prima fanciullezza e gli parve d’avere in bocca zucchero
e miele ed elisir e tutte le leccornie che aveva mangiato da bambino. E
allora colse altri ciuffi di quell’erba e li mangiò e così di seguito,
con ingordigia, fino a divenire sazio. E allora in lui s’avverò il
miracolo. D’un tratto il suo corpo ebbe un fremito. Piano piano i suoi
piedi cominciarono a colorarsi di verde e poi le gambe, le braccia, il
busto e la faccia, divennero verdi come il colore di quell’ alga che
stava mangiando. La sua barba cominciò ad assumere un bel colore verde
e su tutto il corpo gli spuntarono dei peli verdi e lunghi sottili e
fini come fili di seta. Il cuore dì Glauco si riempì di gioia, mentre
una forza incredibi1e, più grande della sua volontà, lo fece alzare da
terra e correre verso il mare, dentro il quale s’immerse con un gran
salto.
Oh, il grande dolce sapore del mare. L' estasi sublime
in cui ogni sentimento s’annulla e la pace si confonde con la gioia!
Lievi le onde lo accarezzarono sfiorandolo e Glauco, il biondo Glauco,
divenne un Tritone del mare, immortale e profetico. Sul fondo egli vide
una casa attorniata da un giardino bellissimo, pieno di alghe colorate
e dì coralli, un caleidoscopio di colori stupendi, mentre attorno si
udiva una musica dolcissima e allettante. Vi entrò e ne fece la sua
reggia.
Da quel giorno Glauco volle restare per sempre nel mare
dello Stretto. Si rivide con Scilla? Le parlò? Cessò, per questo Scilla
di far strage dei naviganti? Dice la leggenda che anche ai tempi
nostri, quando infuria la tempesta, Glauco solleva il capo al di sopra
delle onde e, subito il mare si fa calmo e diventa invitante come lo
era nella preistoria, quando Scilla era ancora una fanciulla bellissima
e non un feroce mostro marino, con dodici gambe e sei latranti teste
canine.