21 ott, 2018

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Il vescovo: Messina lasciata alla mafia

Notizie

di Gian Antonio Stella su Corriere della Sera del 05/10/2005

«Hanno abbandonato Messina a se stessa. Al degrado. Alla mafia. Due anni e mezzo di abbandono. Non si era mai visto credo, in Italia, un commissariamento così lungo per una città così grande. Mai. Pieno abbandono. E i risultati sono lì, sotto gli occhi di tutti». Monsignor Giovanni Marra fa il prete da oltre cinquant’anni, il vescovo da venti, l’arcivescovo di Messina da otto, dopo esser stato ordinario militare per l’Italia. Non è un polentone veneto o un boujanen piemontese incapace di capire le sfumature del Mezzogiorno. E’ un uomo del Sud. Nato al di là dello Stretto a Oppido Mamertina, un paese dell’Aspromonte tristemente celebre per una faida sanguinosa che ha visto uccidere anche dei bambini. Quando parla di mafia sa di cosa parla. E il suo atto d’accusa è così duro da ricordare l’omelia del cardinale Salvatore Pappalardo ai funerali di Carlo Alberto Dalla Chiesa, quando disse, citando Sallustio, «Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata!».

Siamo ancora inchiodati lì?
«No. Ci sono stati dei passi avanti. Processi importanti come quelli promossi da Giancarlo Caselli e Pietro Grasso, grandi appelli di uomini di cultura... Non siamo più all’anno zero. C’è più coscienza. Più preoccupazione. Più impegno. Sui passaggi di mano dei terreni che dovrebbero essere interessati dai lavori per il Ponte sono stati fatti ad esempio dei controlli capillari. Nella scuole si parla della mafia e c’è una maggiore sensibilità. Ma resta da fare ancora molto. Perché nella società resistono sacche di cultura mafiosa. Penso all’ammirazione verso il prepotente. Al giustificazionismo nei confronti di chi viola la legge...».

Un tempo si diceva che a Messina non c’era la mafia.
«No. La mafia c’è. E’ forte e potente. C’è come c’è la ’ndrangheta. Che si sommano agli altri problemi. Il sottosviluppo. La disoccupazione. La piccola criminalità. Il clientelismo. Non ci volevano, questi due anni di abbandono».

Ce l’ha con la destra e col sindaco Buzzanca che si era intestardito a non dare le dimissioni nonostante le sentenze che lo dichiaravano decaduto?
«Sui diritti personali ognuno ha fatto quello che credeva giusto. Non discuto. Ma occorreva tenere conto del bene comune. Che veniva prima. Ho aspettato a lungo. Poi, visto che non c’erano prospettive, sono stato costretto a intervenire anch’io».

E ha chiesto direttamente al sindaco di dimettersi.
«Per la città. Che non merita questo degrado della politica. E mi riferisco a tutti. perché se tutte le forze fossero state concordi...»

... sinistra compresa...
«... si sarebbe potuta trovare una soluzione prima».

Pensa che la classe politica non sia all’altezza?
«Non v’è dubbio che la Sicilia potrebbe esprimere una classe dirigente di gran lunga superiore»".

Solo che...
«I partiti danno spazio e portano su uomini piccoli. E quelli più validi restano fuori. Eppure ci sarebbero, le figure... Ci sarebbero le intelligenze... In una realtà come questa i partiti dovrebbero fare un passo indietro. Per lasciare spazio a un governo di salute pubblica. Ma non cedono, non cedono».

E perché?
«E’ un discorso lungo. C’entrano la legalità, il clientelismo, l’usura, la mafia... Non è possibile che dopo un secolo, nonostante i soldi stanziati dalla Regione fin dal 1991, ci siano ancora le baracche del terremoto del 1908! E’ una tale sofferenza...».

Per questo è andato a fare la via crucis nel quartiere di Mare Grosso che pare una favela del terzo mondo?
«Sì. Lì è il simbolo, con altre aree, del calvario di questa città. Che sta male. Non vede prospettive...».

Lei sì?
«Sono un prete: la via crucis a Mare Grosso è nella prospettiva di una resurrezione».

Ci crede davvero?
«Sì. Questa è una città con tanta povertà e tanta disperazione. Ma anche con tante energie pulite. Tante persone positive. Tante risorse da cui potrebbe rinascere una città nuova. Il mare, il turismo, la pesca, l’artigianato, il ponte...».

Lei è favorevole?
«Io sì. Il ponte può essere una grande risorsa. Portare lavoro per anni. Rimettere in movimento tutto. Spingere alla rinascita. Purché...»

Purché?
«Purché non sia un ponte nel deserto. Deciso e progettato e costruito come un corpo estraneo alla città. Senza risanare prima Mare Grosso, senza buttar giù le baracche, senza restituire una speranza a chi vive in condizioni penose. Allora potrebbe essere perfino un danno».

Si sente, la mafia?
«Si sente, si sente. Al di là dell’organizzazione vera e propria, vedo purtroppo una mentalità mafiosa. C’è sempre qualcosa di intimidatorio, nei rapporti. Perfino nell’ambito ecclesiastico. Se ti chiedono qualcosa è come se aggiungessero: guarda che se non ce la dai...».

Ma...
«Le faccio un esempio. Una volta la gente di una parrocchia, che si era affezionata a un vice-parroco che avevo mandato lì provvisoriamente, fece una raccolta per tenersi quel prete. Millecinquecento firme. Un’iniziativa lodevole. Ma la accompagnarono con un avvertimento: "Se non ce la dà vinta, le consigliamo di non farsi vedere...". Convocai i primi firmatari, sventolai la petizione e dissi: "Io questa la porto adesso alla Procura della Repubblica". Mi chiesero scusa. Lasciammo perdere. In realtà la città è piena di persone perbene e di buona volontà. Piena».

Peccato che i partiti...
«Un desiderio di legalità io lo vedo crescere. Solo che c’è ancora troppa "attenzione" a certi gruppi di potere che possono portare voti. C’è gente che viene da dominii antichi che continuano a funzionare basandosi sui vecchi sistemi. Il clientelismo, la raccomandazione...».

Vecchi vizi. O sono anche peccati?
«Per un cristiano sì, sono peccati. Peccati gravi. Il clientelismo illude le persone. E riduce tutto a mercato. Non è accettabile che negli ospedali, per fare un esempio, il medico "amico" passi davanti al medico bravo. Non è accettabile che il raccomandato faccia eliminare il più capace. Certo che sono peccati».

Chi è che non ha fatto il suo dovere, per fermare il degrado: lo Stato?
«Qualche pezzo di Stato c’è. La polizia, i carabinieri, la finanza. In condizioni difficilissime, ma il loro dovere lo fanno. Il governo. Quello è mancato. Cittadino, regionale, statale».

Chi altri?
«Tanti. Io per primo: avrei dovuto parlare con voce più forte».

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