16 ott, 2018

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La canapa indiana come cura medica

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Parole che spesso si usano solo quando si parla di droga, ma da qualche tempo si iniziano a sentire anche in campo medico. Parliamo di termini come Canapa, cannabis e marijuana. Un principio attivo di quest'erba (Thc) sembra essere molto utile per curare diversi disturbi di salute e per questo svariati studi scientifici e sperimentazioni mediche stanno diventando sempre più frequenti. Una piccola analisi di questo metodo medico è necessario anche se prima occorerebbe estrirpare l'idea che questo tipo di pianta è solo droga bloccando lo sviluppo di tecniche curative. La canapa è il nome italiano di una pianta che in modo scientifico viene definita cannabis sativa. In botanica si distinguono due sottospecie di questa pianta: la cannabis sativa sativa, tipica dei Paesi settentrionali, e la cannabis sativa indica, tipica dei Paesi più caldi, ed è quest'ultima la varietà che viene utilizzata in campo medico. Questo tipo di pianta viene normalmente chiamata canapa indiana ed è quella che ha il maggiore contenuto di Thc.
Dalle foglie e dai fiori di questo vegetale si ricava la marijuana che contiene una percentuale di Thc che varia dall' 1 al 5 %. Un altro derivato è l'hashish: si produce dalle resine della pianta e contiene percentuali di Thc molto più alte variabili dal 5 al 20 %. Dalla cannabis si ricava anche l'olio di cannabis che può contenere fino al 60 % di Thc. Il Consiglio dei ministri dell'Agricoltura dell'Unione europea, nella seduta del 17 luglio 2000, ha approvato la riforma dell'organizzazione comune di mercato che riguarda anche la coltivazione della canapa. Al Consiglio, per l'Italia, ha partecipato l'allora ministro delle Politiche agricole e forestali ed esponente dei Verdi, Pecoraro Scanio. La riforma prevede diversi aiuti per la coltivazione e per l'uso tessile della canapa.

Il Thc è il principio attivo più importante tra il centinaio di principi attivi, dei quali circa una sessantina appartengono alla classe dei cannabinoidi. Al delta-9-tetraidrocannabiolo, la cui sigla è Thc, si devono la maggior parte delle azioni curative della pianta. La cannabis sativa contiene anche altri cannabinoidi: il delta-8Thc, che non è psicotropo, ma che sembra avere anch'esso proprietà curative che aiutano a contrastare il vomito in particolare nei bambini malati di leucemia, e il cannabidiolo, capace di contrastare le convulsioni.


Di recente, è stato scoperto che nel cervello umano esistono dei recettori specifici per i cannabinoidi e che il nostro organismo produce una sostanza chiamata anandamide, in grado di interagire con questi recettori. Ciò ha permesso di scoprire l'esistenza di un vero e proprio "sistema cannabinoide endogeno", il cui ruolo all'interno dell'organismo non è ancora chiarissimo, ma il cui studio permetterà di capire i meccanismi che sono alla base delle proprietà curative dei cannabinoidi. Ciò che non si sà ancora sono le principali azioni farmacologiche che il Thc ha sul cervello. Principalmente e in maniera molto generale, vi è una notevole diminuzione della sensibilità al dolore.

Utile, il thc, come analgesico nei confronti di disturbi come l' emicrania o i dolori mestruali. Come analgesico, in quest'ultimo caso, il Thc è adatto in quanto ha anche una funzione miorillassante, cioè decontrae i muscoli. Inoltre, il Thc ha un'azione antinfiammatoria, quindi, è utile anche in altri tipi di dolori come quelli dovuti ai reumatismi. I cannabinoidi hanno sui muscoli un effetto miorilassante e antispastico, di conseguenza aiutano a decontrarre la muscolatura, tra i principali sintomi di malattie come la sclerosi multipla o il morbo di Parkinson. Da un punto di vista clinico, i recettori per il cannabinoidi Cb1 sono concentrati maggiormente nei gangli basali e nel cervelletto, cioè nelle aree del cervello deputate alle funzioni motorie.

I cannabinoli hanno  effetto broncodilatatore, cioè aiutano a dilatare i bronchi e facilitando la respirazione. Questa proprietà potrebbe essere sfruttata da chi soffre di asma fermo restando che comunque il fumo danneggia comunque i polmoni.

Quell'insieme di cure a base di farmaci chimici che si usano per combattere i tumori. Gli effetti collaterali che accompagnano questo trattamento sono spesso molto pesanti. I farmaci estratti dalla cannabis aiutano ad alleviare alcuni degli effetti collaterali, in particolare il vomito e la nausea.

Recenti studi hanno anche dimostrato che un cannabinoide sintetico, il dronabinolo, riesce anche a stimolare l'appetito, producendo un significativo aumento di peso, nelle persone malate di Aids e colpite dalla cosiddetta sindrome del deperimento. I derivati della cannabis non interferiscono con i farmaci antivirali, cioè quei medicinali utilizzati per combattere i virus come l'Hiv, che provoca l'Aids. 

Il glaucoma, essendo un serio disturbo della vista caratterizzato dall'aumento della pressione intraoculare, potrebbe essere curato dal delta-9-Thc che sembra essere utile in quanto riuscirebbe a diminuire la pressione interna.

Il morbo di Alzehimer, quello di Parkinson, la corea di Huntington, sono tutte malattie definite neurodegenerative perché sono provocate da una degenerazione delle cellule nervose. Studi condotti da un ricercatore italiano, Maurizio Grimaldi, hanno scoperto che il cannabidiolo, un componente non psicoattivo della cannabis, aiuta a proteggere le cellule del cervello.

Nel 1985 la Fda (la Food and drug administration), ossia l'ente americano che controlla i medicinali negli Usa ha permesso la vendita di un cannabinoide sintetico, ossia prodotto in laboratorio, il dronabinolo, in grado di contrastare la nausea in chi è sottoposto a chemioterapia.

Il cannabidiolo sembra avere anche proprietà anticonvulsionanti, cioè che aiutano a combattere le convulsioni, uno dei sintomi più comuni dell'epilessia. Alcuni malati sostengono che il cannabidiolo li ha aiutati a superare con più facilità le convulsioni.

Negli Usa, in Israele, in Germania, in Gran Bretagna e nei Paesi Bassi esistono due cannabinoidi sintetici già in commercio: il dronabinol e nabilone. Questi farmaci vengono venduti dietro presentazione di ricetta medica per curare gli effetti collaterali della chemioterapia e per stimolare l'appetito nei malati di Aids. L'istituto di medicina dell'Accademia nazionale delle scienze degli Stati Uniti ha riconosciuto ufficialmente i benefici derivati dalla cannabis nella cura di determinate malattie. Nello stesso documento l'Accademia americana ha portato all'attenzione del mondo scientifico il problema della ricerca di una somministrazione della cannabis diversa dal fumo. Difatti, l'inalazione dei cannabinoidi tramite il fumo provoca danni simili a quelle delle sigarette che vanno da una semplice irritazione delle vie respiratorie a problemi molto più seri, come il tumore ai polmoni. Per questo la comunità scientifica internazionale sta cercando metodi di somministrazione alternativi al fumo che, nelle persone malate, ha effetti ancora più nocivi.

Si parla di utilizzare delle pillole ma l'assorbimento attraverso il tratto grastrointestinale è molto lento e gran parte del principio attivo viene inattivato dal passaggio nel fegato. Un'altro modo di somministrazione che si sta sperimentando è quello inalatorio, cioè i principi attivi della cannabis vengono inalati modello aerosol. Allo studio anche cerotti.

 

 

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