19 gen, 2018

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Leonardo Messina

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Leonardo Messina, detto "Narduzzo" nacque a San Cataldo, in provincia di Caltanissetta il 22 settembre 1955. Cresciuto in una famiglia di modeste condizioni e di tradizione mafiosa, Messina lasciò la scuola dopo la licenza elementare e, ancora giovane, diede il via alla sua carriera di criminale con alcuni furti.
La prima condanna pesante la subì nel 1978, quando finì in carcere per rapina. Dopo quattro anni di detenzione e un periodo di soggiorno obbligato, Messina fu pronto per diventare uomo d'onore. Il 21 aprile 1982, infatti, fu regolarmente affiliato alla cosca locale. Dopo alcuni anni trascorsi come soldato prima e capo decina poi, divenne sottocapo della famiglia di San Cataldo. In quegli stessi anni Messina divenne amico e uomo di fiducia di Giuseppe Madonia, detto "Piddu chiacchiera", esponente della famiglia più importante della provincia di Caltanissetta, quella di Vallelunga, molto legata ai corleonesi. Per molto tempo, nonostante le incriminazioni per furto, rapina e traffico di stupefacenti e alcuni provvedimenti di soggiorno obbligato a suo carico, fu considerato un esponente di secondo piano della mafia del nisseno. "Narduzzo", infatti, coprì le sue attività criminose, continuando a lavorare come caposquadra nella miniera di sali potassici di Pasquasia. Nel giugno del 1984, però, finì ancora in carcere con l'accusa di essere il mandante dell'omicidio di uno spacciatore e vi rimase fino al 1989; nel 1991 fu poi definitivamente assolto. Tornato in libertà, Messina si legò sempre più a "Piddu" Madonia, nel frattempo diventato il rappresentante provinciale di Cosa Nostra per Caltanissetta; per suo conto organizzò e gestì una rete per il traffico di stupefacenti con ramificazioni in altre regioni italiane.
Nell'aprile del 1992, alla vigilia di Pasqua, mentre stava per tendere un agguato mafioso ad un altro uomo d'onore, suo rivale nella corsa alla guida della famiglia di San Cataldo, fu catturato e finì in carcere. Temendo ritorsioni nei confronti dei suoi familiari e, come sostiene, forse spinto dalle parole di Rosaria, vedova dell'agente Vito Schifani, morto a Capaci, si decise a collaborare con la giustizia. Il 30 giugno dello stesso anno iniziò a deporre davanti al giudice Paolo Borsellino, facendo importanti rivelazioni sulle famiglie mafiose delle province di Caltanissetta, Enna, Palermo, Trapani ed Agrigento. Nacque così uno spettacolare blitz delle forze dell'ordine, la cosiddetta "Operazione Leopardo", che il 17 novembre del 1992 portò all'esecuzione di oltre duecento ordini di cattura in tutta Italia. Messina fu il primo collaboratore a mettere a verbale il nome di Giulio Andreotti, indicato come referente politico principale per le necessità di Cosa Nostra e fu anche l'unico a sostenere che il senatore a vita fosse stato "punciuto", cioè formalmente affiliato a Cosa Nostra. "Narduzzo" parlò poi delle responsabilità di Salvo Lima e del tentativo di aggiustamento in Cassazione del primo maxiprocesso, il cui esito fallimentare scatenò la stagione delle stragi nel 1992. A Messina si devono anche le prime informazioni sulla "Stidda", l'associazione mafiosa rivale di Cosa Nostra, soprattutto nell'agrigentino e nel nisseno e le importanti ed inquietanti rivelazioni sulla massoneria deviata e i suoi rapporti con Cosa Nostra.
 
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