22 giu, 2018

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Anche la Mafia è in recessione

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Interessante l'articolo pubblicato su Repubblica/Palermo scritto da Salvo Palazzolo il 15 gennaio.... Si parla di Mafia e come tutto il mondo anch'essa è in un periodo di recessione. A voi l'articolo.....
 
Stipendi più che dimezzati per gli uomini d'onore. Solo 500 euro al mese per un picciotto della famiglia di Porta Nuova, una delle più blasonate di Cosa nostra. Per gli anziani della cosca, 1.500 euro. Addirittura nulla per chi ha «qualche bottega intestata a prestanome».
Così Gaetano Lo Presti fissava i principi del nuovo esercizio finanziario 2008. Eccolo, lo stato attuale delle finanze mafiose nei verbali delle intercettazioni depositati dalla Procura agli atti dell'inchiesta Perseo (LEGGI), coordinata dai pm de Lucia, Sabella, Buzzolani e Del Bene.

Ogni mandamento ha una cassa, «u pignatuni», come viene chiamato in gergo mafioso. Le casse più consistenti sono quelle di Porta Nuova (con una media di 90 mila euro all'anno), Pagliarelli (70 mila) e Monreale (70 mila). Sono davvero lontani i tempi in cui Salvatore Lo Piccolo, padrino di Tommaso Natale, pagava dai 1.500 ai 3.000 euro ai suoi collaboratori e a gennaio registrava in cassa entrate per 25 mila euro, a fine anno 300 mila. Accadeva appena due anni fa, quando le entrate per le estorsioni erano consistenti. Oggi queste diminuiscono sempre di più. Le intercettazioni svelano che nel giugno 2008 gli stipendi di Porta Nuova non furono pagati («C'è un periodo di crisi - disse Lo Presti a uno dei suoi ragazzi - è meglio che ti convinci»). E qualcuno fece pure una nota spese gonfiata, di 2 mila euro, per cercare di ottenere qualcosa in più a fine mese. Ma fu scoperto. Come certi carrozzoni regionali, anche Cosa nostra spende fra il 70 e il 75 per cento alla voce stipendi e assegni di mantenimento in carcere. Soprattutto i secondi («I nostri sofferenti quelli che soffrono», vengono chiamati nelle intercettazioni).

Lo Presti, il boss morto suicida in carcere poche ore dopo l'arresto nel blitz Perseo, si lamentava che Porta Nuova pagava 70 mila euro dei 90 mila in cassa per far fronte alle necessità degli associati. Ma lui era il primo a rendersi conto degli stipendi da fame degli uomini d'onore. Pochi mesi prima dell'arresto, avrebbe voluto anche aumentarli. Di poco, ma aumentarli. Almeno, da 500 a 750 euro al mese. La piccola manovra di bilancio sarebbe stata finanziata con i soldi che arrivavano dalle «macchinette», i videopoker piazzati nei bar del centro città. «Ma li hanno sequestrati», si lamentò un giorno il boss. E la manovrina fu bloccata.
La verità è che anche Cosa nostra è attraversata da una fase di assistenzialismo che non piace davvero ai vecchi.
Lo Presti esortava i suoi giovani collaboratori: «Vedi che un uomo d'onore è un uomo d'onore, se li deve andare a cercare i soldi e non prendere». Giovanni Lipari, ancora più anziano di Lo Presti, ribadiva con il tono del buon padre di famiglia: «Io, è 80 anni che sono a Palermo, io per i soldi non andavo là, non andavo da nessuna parte a cercare. Lavoravo. Me li andavo a guadagnare. Facevo il barbiere. Non mi fare parlare, lo sai quanta gente viene da me. Quando io ero carcerato aspettavo che uscivo, muoviti e vattene. Oggi non vuole lavorare nessuno».

Ogni entrata, ogni uscita dei bilanci di cosca veniva segnata in «quaderni», che adesso i carabinieri del Reparto operativo stanno cercando. Ma dopo il blitz potrebbe essere stati distrutti, per evitare di lasciare altre tracce in giro. Bastano già le intercettazioni, dove si parla delle annotazioni nel «quaderno», soprattutto per le entrate delle estorsioni. In tempi di crisi le finanze mafiose sono state oggetto di diversi contrasti all'interno delle famiglie. A Porta Nuova la cassa era gestita da Salvatore Milano, che era succeduto nell'incarico al fratello Nunzio, finito in manette nei mesi scorsi. Ma il capo del mandamento, Gaetano Lo Presti, aveva creato anche una cassa personale. A Pagliarelli era Francesco Paolo Barone l'incaricato del «pignatuni».
Ma il reggente della famiglia, Sandro Capizzi, non lo voleva più in quell'incarico. Perché aveva messo alla voce rimborsi 20 mila euro, che il cassiere non voleva pagare. Capizzi junior continuava ad avere fama di gran viveur. Lui protestava con il cassiere. Diceva di avere 12 mila euro di spese mensili. E andava orgoglioso degli affari della sua famiglia, 9 mila euro al mese arrivavano dal Bingo Las Vegas (oggi confiscato).
fonte:Repubblica/Palermo di Salvo Palazzolo
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