24 gen, 2018

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I maxi blitz a Messina. Operazione Pilastro

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Hanno favorito la latitanza del superboss di Messina Giuseppe Mulè attualmente in carcere. Fra questi un imprenditore, le cui forniture venivano imposte alle aziende, ma che alla fine è rimasto stritolato nella morsa delle richieste sempre più pressanti del clan. Dieci i provvedimenti cautelari dell’operazione «Pilastro» eseguiti dai carabinieri della Compagnia Centro e firmati dal Gip del Tribunale di Messina, Antonino Genovese, su richiesta del sostituto della Dda, Rosa Raffa. Un anno di indagini che hanno consentito di acquisire elementi di prova contro il capomafia ergastolano Mulè che per un anno era riuscito a rimanere in libertà, per effetto del differimento pena concessogli perchè malato di Aids, e aveva ricostituito il proprio gruppo criminale tornando a imporre il pizzo a commercianti ed imprenditori.

Tra le persone finite in carcere nel blitz della scorsa notte anche l’imprenditore edile Antonio Giannetto le cui forniture di cemento venivano imposte agli operatori del settore avvalendosi della forza intimidatrice del clan Mulè con minacce e attentati. Giannetto è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, e cioè di essere legato all’organizzazione criminale da un rapporto di «mutuo scambio»: in cambio dell’attività «promozionale» condotta in suo favore dagli uomini di Mulè, versava una quota dei suoi guadagni. Anche lui però, alla fine, è rimasto vittima del meccanismo del racket con richieste sempre più pressanti per aumentare la dazione in favore del boss.

Le indagini dei carabinieri della Compagnia Centro di Messina hanno inoltre permesso di fare piena luce sulle varie fasi della latitanza del boss, che - colpito da un provvedimento restrittivo di revoca del beneficio del differimento pena - si era dato latitante, rifugiandosi prima a Catania, ospite di Roberto Giuseppe Campisi, pregiudicato legato ai clan etnei, Mulè si era quindi trasferito in Campania, dove è stato arrestato i primi di dicembre in un appartamento di Scafati, in provincia di Salerno, insieme a Giuseppe Oliviero, Lucia Cefariello e Virginia Carotenuto, ritenuti contigui alla camorra.

Fonte:lastampa.it
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