24 apr, 2018

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Miti e Leggende

Il ricordo di queste due eroine è stato tramandato da un episodio leggendario della guerra del Vespro.
Messina era cinta d'assedio dalle truppe di Carlo I d'Angiò durante l'agosto del 1282. Nonostante la superiorità delle truppe francesi i messinesi resistevano in maniera eroica fin dal mese di Aprile. L'8 agosto era infuriata una battaglia nei pressi del colle della Caperrina le cui mura erano rimaste deteriorate dai colpi degli arieti nemici.

clarenzadinaDurante la notte gli Angioini tentarono di entrare in città dalla parte che sapevano danneggiata ma sulle mura erano rimaste a vegliare le donne di Messina per permettere agli uomini, sfiniti dalla battaglia, di riposare.Accortesi che i Francesi stavano tentando un assalto Dina e Clarenza si misero a scagliare pietre sugli assalitori e a suonare le campane che in breve tempo fecero accorrere lo stradigò Alaimo che con le truppe cittadine respinse i nemici. Tutti in città si diedero da fare per respingere i Francesi, nobili, giuristi, mercanti, artigiani, sacerdoti e soprattutto donne se un autore come Giovanni Villani cronista del medioevo dedica all'episodio una intensa descrizione: "....Stette lo re con sua oste intorno a Messina da due mesi, e dando la sua gente alcuna battaglia dalla parte ove non era murata, i Messinesi colle loro donne, le migliori della terra, e co' i loro figlioli piccioli e grandi, subitamente in tre dì feciono il detto muro e ripararono francamente gli assalti dei Franceschi.

Messina City - Miti e Leggende

Sono pochissime le notizie pervenuteci su Nina da Messina che fu, probabilmente, la prima poetessa italiana.
Grazie alla passione per la poesia di Costanza d'Altavilla, madre di Federico II di Svevia, Nina venne a contatto con la scuola poetica siciliana, rappresentata a Messina da Guido e Oddo delle Colonne e, seguendo lo stile dei poeti provenzali, compose versi delicatissimi.
Secondo alcune fonti fu moglie, certamente fu ispiratrice, di Dante da Maiano, poeta toscano del XIII secolo.

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Tra le donne che affollano la storia e le leggende di Messina una delle più illustri è Camèola (o Camìola) Turinga, nobildonna vissuta durante il regno di Pietro II d'Aragona (1337-1342).
Si racconta che il re inviò il proprio fratellastro Orlando a combattere contro Roberto d'Angiò che assediava Lipari principale isola delle Eolie. La guerra tra queste due dinastie aveva caratterizzato la prima metà del XIV sec. in Sicilia.
Nel combattimento infuriato alle Eolie, finito male per la flotta aragonese, Orlando era caduto prigioniero dei Francesi che chiedevano un riscatto per la sua liberazione. Pietro II non voleva saperne di riscattarlo perchè imputava alla sua negligenza la sconfitta subita.
E' a questo punto della vicenda che compare Camèola. La donna, una ricchissima vedova, si offrì di pagare il riscatto per Orlando a condizione che questi, una volta tornato in libertà, la sposasse.
Ma una volta libero, il principe si rifiutò di onorare l'impegno preso, sostenendo che sebbene bastardo era pur sempre di sangue reale e non poteva certo sposare una donna qualsiasi.
Cameola sdegnata e di indole piuttosto caparbia citò in giudizio Orlando alla presenza del re il quale obbligò il fratellastro a rispettare i patti.
Le nozze furono preparate come si conveniva a un matrimonio di casta reale ma giunti davanti al sacerdote e a tutta la nobiltà messinese, Camèola si rifiutò di sposare un simile uomo con così scarso senso dell'onore, spergiuro e ingrato e, dopo avergli donato la somma sborsata, lo sciolse da ogni impegno e decise di prendere i voti.
La storia di Camèola si diffuse in tutta Europa e fu trattata anche letterariamente. Il primo a renderla celebre fu Giovanni Boccaccio inserendola nel suo De mulieribus claris. In seguito Matteo Bandello , novelliere del '500, le dedicò la sua novella numero 22 poi tradotta in francese da Francois de Belleforest e quest'ultima versione servì da ispirazione a Shakespeare per la sua commedia "Molto rumore per nulla" ambientata proprio a Messina.

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lisabetta da messinaGiovanni Boccaccio dedica la quarta giornata del Decameron alle storie d'amore che "ebbero infelice fine". La quinta novella è dedicata alla tragica storia di Lisabetta da Messina.
Questa giovane viveva nella città dello Stretto insieme ai fratelli, ricchi mercanti, al cui servizio vi era Lorenzo, un giovane pisano di bell'aspetto ma di condizione modesta.
Di lui si innamorò perdutamente Lisabetta. La storia andò avanti con furtivi incontri ma i fratelli se ne accosero e per porre fine a quello che per loro era un disonore attirarono il giovane in un luogo solitario e lo uccisero.
Lisabetta, disperata per la scomparsa dell'amato, una notte se lo vide comparire in sogno e indicarle il luogo dell'assassinio. Insieme a un'amica si recò sul posto e, disseppelito Lorenzo, gli tagliò il capo e lo portò a casa avvolto in un asciugamano.
Rinchiusa nella sua stanza Lisabetta pianse a lungo e tra le lacrime, preso un vaso di terracotta vi mise "fasciata in un bel drappo" la testa dell'amato insieme a della terra e piantine di basilico.
La povera ragazza passava così giornate a piangere e a dialogare col vaso. La storia raggiunse il suo tragico culmine quando i crudeli fratelli le sottrassero persino il prezioso e macabro oggetto.
E' probabilmente a questo episodio che si deve l'uso, in questa parte di Sicilia, di produrre vasi a forma di testa umana.

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