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Antonino Giuffrè, detto "Manuzza"
per quella mano destra strappata via da una fucilata durante una
battuta di caccia, 57 anni, sposato e padre di due figli, boss di
Caccamo, nel palermitano.
All'inizio degli anni Ottanta, il giovane Nino inizia la gavetta, fa
il cameriere: serve pranzo e cena all'allora capo della Cupola di Cosa
nostra
Michele Greco
"il papa", a quel tempo latitante in un casolare di Caccamo.
Quando il "papa" viene arrestato nel febbraio dell'86, lascia una buona
parola per il giovane cameriere che è già nelle grazie del
capomandamento di Caccamo, Francesco Intile. E' il salto, "Manuzza" non
è più solo un ragazzo di bottega.
Con l'arresto di Lorenzo Di Gesù, eminenza grigia del mandamento,
tramonta la stella di Pino Gaeta, boss di Termini Imerese (altro paese
del palermitano). Giuffrè ne approfitta e, forte dell'alleanza con i
corleonesi di
Totò Riina, riesce a scalzare Gaeta e a imporre il controllo su tutta quella parte di territorio, diventa
così il capo del mandamento più esteso
di Cosa nostra.Sono
gli anni Novanta, quelli degli affari, che "Manuzza" riesce a passare
alla grande nonostante la stagione stragista di attacco diretto allo
Stato decisa da Riina. Perché per la giustizia, Giuffrè non è lo
spietato e freddo boss di Caccamo: è solo un perito agrario con lievi
precedenti penali.
Fino a che il pentito Balduccio Di Maggio rivela per la prima volta ai
magistrati chi è veramente Nino Giuffrè. Quello stesso pomeriggio gli
uomini della Dia piombano a Caccamo, ma il boss riesce a dileguarsi
dalla porta posteriore della sua casa iniziando la latitanza. Negli ultimi anni, dopo l'arresto di Giovanni Brusca,
il suo potere cresce a dismisura: allunga le mani sugli appalti
miliardari per il raddoppio della linea ferroviaria Palermo-Messina e
per il completamento dell'autostrada nella zona a cavallo tra le due
province. Quando, a metà degli anni Novanta, la cupola si spacca sulla strategia
da seguire (stragi o trattativa con lo Stato), "Manuzza" non esita ad
abbandonare Riina. Capisce che il futuro è ritornare ad immergersi,
tenere un profilo basso e continuare a fare affari. E' il momento
dell'avvicinamento a
Bernardo Provenzano del quale organizzerà la latitanza e sposerà in pieno la
tesi della ristrutturazione affaristica di Cosa nostra. Giuffrè
è stato condannato con pena definitiva a 13 anni e due mesi di carcere
(pena unificata a seguito di cumulo di diverse sentenze con le quali è
stato condannato per associazione mafiosa) e fino al suo arresto
avvenuto in una masseria di contrada Massariazza a Vicari, era
destinatario di 13 provvedimenti cautelari, fra i quali anche quello
per la morte di
Falcone e Borsellino.
Fu trovato in un casolare con ancora addosso i biglietti e gli appunti
delle cose da fare: appalti, racket, favori da concedere, uomini da
valutare, messaggi dai sottoposti, messaggi per il grande capo.
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