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Sebbene si “nasca per vincere”, si nasce anche indifesi e totalmente
dipendenti dall’ambiente. I vincenti riescono a passare dalla totale
impotenza all’indipendenza e quindi alla interdipendenza. I perdenti
non ci riescono. A un certo momento cominciano a evitare di assumersi
le proprie responsabilità.
Pochi — si e già detto — sono vincenti o
perdenti in assoluto. Per lo più, si e vincenti in alcuni campi e
perdenti in altri. E l’essere perdenti o vincenti dipende anche dagli
avvenimenti vissuti nell’infanzia.
Una mancata risposta ai bisogni
di dipendenza, una scarsa nutrizione, la brutalità, poco felici
rapporti affettivi, malattie, delusioni continue, cure fisiche
inadeguate ed eventi traumatici sono alcune fra le molteplici
esperienze che possono contribuire a creare dei perdenti. Simili
esperienze interrompono, arrestano, impediscono il normale progresso
verso l’autonomia e l’autorealizzazione. Per far fronte alle esperienze
negative, sin da bambini si impara a manipolare sia se stessi che gli
altri; e in seguito e difficile riuscire ad abbandonare tali tecniche
manipolative che diventano spesso modelli stabili di comportamento.
Un
vincente si impegna per disfarsene, i perdenti ci si aggrappano.
Parlano di se stessi come di persone di successo ma ansiose, si sentono
in trappola, si sentono infelici. Oppure parlano di se come di persone
totalmente sconfitte, senza scopo, incapaci di andare avanti, morte a
metà o annoiate a morte. Non si rendono conto che nella maggior parte
dei casi sono stati loro a costruirsi la propria gabbia, a scavarsi la
fossa, ad annoiare se stessi.
Un perdente vive raramente nel
presente, piuttosto lo distrugge concentrandosi sul passato o su
aspettative future. Vivendo nel passato, indugia sui bei tempi andati o
sui suoi guai trascorsi; si aggrappa comunque sempre nostalgicamente
alle cose come erano allora. Il perdente si lamenta per la cattiva
sorte, si compiange e butta sugli altri la responsabilità della sua
vita insoddisfatta. Biasimare gli altri e assolvere se stessi sono due
cose che fanno spesso parte dei giochi dei perdenti. Il “se
soltanto...” è la recriminazione del perdente che vive nel passato:
« Se soltanto avessi sposato qualcun altro... »
« Se soltanto facessi un lavoro diverso... »
« Se soltanto avessi terminato gli studi... »
« Se soltanto fossi stata più bella... »
« Se soltanto mio marito avesse smesso di bere... »
« Se soltanto fossi stata ricca... »
« Se soltanto avessi avuto dei genitori migliori... »
Chi
vive nel futuro sogna il miracolo che gli consenta di vivere felice e
contento per sempre. Anziché vivere la propria vita, aspetta che la
salvezza arrivi per magia: “come sarà bello quando...”:
« Quando arriverà il principe azzurro, o la donna ideale... »
« Quando avrò finito gli studi... »
« Quando i figli saranno cresciuti... »
« Quando inizierò il nuovo lavoro... »
« Quando il capo creperà... »
« Quando verrà il mio momento... »
C’è
dunque, da una parte, chi vive nell’illusione di una salvezza magica;
ma c’è anche chi vive costantemente nel timore di una futura
catastrofe. Fantasticano su aspettative del tipo “cosa mi succederà
se...”:
« Cosa mi succederà se perdo il lavoro... »
« Cosa mi succederà se divento pazzo... »
« Cosa mi succederà se mi butto nella mischia... »
« Cosa mi succederà se mi rompo una gamba... »
« Cosa mi succederà se non gli piacerò... »
« Cosa mi succederà se farò un errore... »
Chi
continua a concentrarsi solo sul futuro, vive il presente in continua
ansia. E' ansioso per cose che egli stesso anticipa, reali o
immaginarie: impegni, conti da pagare, rapporti amorosi, crisi,
malattie, pensionamento, il tempo e così via. Troppo preso
dall’immaginazione si lascia sfuggire il presente e le sue possibilità
reali, perché la mente e occupata da cose che non hanno rapporto con
l’oggi. L’ansia impedisce di cogliere la realtà presente, per cui non
si è più in grado di vedere, ascoltare, sentire, gustare, toccare o
pensare in modo completo.
Incapaci dunque di percepire la situazione
presente secondo la piena potenzialità dei loro sensi, i perdenti hanno
percezioni non esatte o incomplete. Vedono se stessi e gli altri come
attraverso una lente deformante che impedisce loro di affrontare la
realtà in modo efficace.
I perdenti simulano, manipolano, perpetuano
vecchi ruoli dell’infanzia. Investono le loro energie a celarsi dietro
una maschera, per offrire all’esterno un volto diverso. Scrive Karen
Horney: « Favorire il falso sé è una cosa che avviene sempre a spese
del sé reale; trattiamo quest’ultimo con disprezzo o al massimo come un
parente povero ». E di fatto, per i perdenti che simulano, la loro
esibizione è spesso più importante della realtà.
I perdenti
reprimono le loro capacità di esprimersi adeguatamente secondo tutta la
gamma dei propri comportamenti. Non riescono neppure a vedere le grandi
possibilità a loro disposizione per una linea di vita più produttiva,
più appagante. Impauriti delle novità tendono a mantenere lo status
quo, sono ripetitivi, perpetuando non solo i propri errori ma spesso
anche quelli delle loro famiglie e della loro cultura.
Per un
perdente è difficile sia dare che ricevere affetto, e quindi impegnarsi
in rapporti intimi, onesti e aperti con gli altri. Da una parte cerca
di manipolarli in modo che soddisfino le sue aspettative; dall’altra
dirige spesso le sue stesse energie a soddisfare le attese altrui.
Inoltre
i perdenti usano la loro intelligenza perlopiù in modo distorto, per
raziona1izzare e intellettualizzare all’eccesso. Quando razionalizzano,
trovano scuse per rendere plausibili le loro azioni, quando
intellettualizzano, cercano di sopraffare gli altri con la propria
dia1ettica verbale. Gran parte del loro potenziale rimane quindi
assopito; non realizzato, non riconosciuto. Come il “principe
ranocchio” della favola, sono legati da un incantesimo e la loro vita
non è quella che poteva essere.
Fonte:dal libro Nati per vincere di Muriel James e Doroty Jongeward
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