23 gen, 2018

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Il Paese di Zafferia si trova nella zona sud della città di Messina. Fa parte della II circoscrizione denominata "della Calispera". Il villaggio si trova inserito in un contesto collinare distante dal mare circa 900 metri anch'esso proprio sotto il Monte Dinnammare, cima più alta del complesso montuoso dei peloritani.

Le origini di questo casale sono legate ad un'iniziativa dell'arcivescovo Nicolò, che governò la Chiesa messinese dal 1166 al 1183. Il prelato, infatti, concesse appezzamenti di terreno a chi era andato ad abitare in quella stessa contrada. Ma a condizione che ciascuno corrispondesse in cambio frumento, orzo, ceci e lino. Fu da quel primo nucleo di case che andò sviluppandosi il casale.

Il clero greco basiliano trovò spazio e consensi necessari per assurgere ad una posizione di egemonia. E ciò portò alla devozione per San Nicola di Bari nelle due chiese a lui dedicate, sia a Zafferia che a Pistunina. Ed anche alla Madonna, chiamata con 'titoli' orientali, come Santa Sofia e dell'Odigitria, o ancora dell'Itria.

Fu nel Seicento che ai greci subentrarono i Cappuccini. Questi rimasero a ridosso del casale fino alla soppressione delle corporazioni religiose, del 1866.

Alcune ricerche danno per certo che Tommaso Cannizzaro, spirito solitario, forse austero, senz'altro romantico, passò la maggior parte della sia vita in campagna, preferendola alla città, nei suoi possedimenti di Zafferia vivendo di rendita e dedicandosi agli studi letterari che lo appassionarono sin da giovane.

Da visitare la Parrocchia S.Nicola di Bari di Zafferia che si trova nella piazza principale del paese. L'antica parrocchia di San Nicola sorgeva sul margine destro del torrente di Zafferia. La sua costruzione risale ai primi del Settecento, ma oggi è degradata e semidistrutta. Aveva tre navate ripartite da pilastri ed era ricca di opere d'arte, tra le quali la tribuna affrescata da Letterio Paladino (1691-1743), alcuni altari policromi, e decorazioni di stucchi con cherubini e motivi vegetali. Fu distrutta dal terremoto del 1908.

La nuova parrocchia sorse sul lato opposto del torrente rispetto all'antica, lì dove si è sviluppato più intensamente l'abitato di Zafferia. La sua costruzione fu causate dall'esigenza di fornire ai fedeli un luogo di culto più grande rispetto all'area in cui si sviluppava l'antica parrocchia. Di quest'ultima, la chiesa di San Nicola di Bari conserva: un altare monumentale intarsiato, dedicato a Santa Sofia, una tavola di San Nicola di Bari, realizzata nel 1601 da Giuseppe La Falce, e una Santa Sofia, di Ignoto del XVI secolo.

Sulla sponda sinistra del torrente di Zafferia sorge Villa Pennisi, costruita tra i secoli XVII e XVIII.

Anche il paese di Zafferia ha la sua fortificazione. Precisamente si tratta di una Batteria antinave, riarmata in guerra con pezzi doppiocompito lontana dal mare circa 90/100 metri. Il compito principale di tale batteria fù il controllo e difesa  del porto e della parte centromeridionale dello stretto. La batteria è stata attaccata dai velivoli angloamericani il 28 aprile 43. Dall’  8 agosto 1943 aveva il compito specifico di difendere con le proprie artiglierie, (insieme a quelle di una batteria Flak da 88), il punto d’imbarco in zona Pistunina verso Gallico (RC) e viceversa, scelto dalle truppe Italotedesche in ritirata verso la Calabria. Purtroppo, come molte fortificazioni messinesi si trova in un pessimo stato, visibile solo la postazione più in basso, le altre tre sono state spianate o interrate.

Nella  borgata di Zafferia si celebra un "Anno Santo" speciale ogni qual volta il Sabato Santo coincide con l'Annunciazione (25 marzo) si dice  per concessione fatta dal Papa Sisto IV nel 1472 a Gianfilippo De Lignamine, un medico di Zafferia che lo aveva guarito da una grave malattia.

Un altra notizia pervenutaci parla invece di Papa Urbano VI che concesse il privilegio mentre si trovava a passare per Messina nel 1385, ed ebbe bisogno di cure mediche, che un medico rimasto ignoto gli prestò. La Bolla originaria fu rubata al parroco don Mariano Guglielmo, che, per celebrare il Giubileo del 1758, dovette produrre, invece, testimoni che si presentarono perciò a un collegio di giureconsulti convocato dall’arcivescovo di Messina, Mons. Moncada. L’Archivio della parrocchia conserva documentazione dell’Anno Santo del 1690. Furono celebrati gli Anni Santi del 1769 e del 1780; poi ci fu una contesa con l'Arcivecovo di Messina, e si ricorse alla Santa Sede. Fu Pio VII che col Breve del 28 agosto 1816 che riconcesse il privilegio. L’ultimo è stato dall’ 8 aprile 1989 al 9 luglio 1990, e ce ne sarà un altro nel 2063. Giovanni Paolo II ha concesso il privilegio in perpetuo con rescritto della Penitenzieria Apostolica del 12 novembre 1988. L’Arcivescovo di Messina, l’8 aprile 1898 ha dato il nome a tale anno: Anno della Grande Indulgenza.

 

 

 

 

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Tremestieri, ormai divenuto famoso per l'approdo omonimo, è un paesino dislocato sulla costa messinese estendendosi lungo la Via Consolare Valeria, un antica Strada Consolare Romana che univa Messina a Catania. Si sviluppò lungo la costa attorno al XIII secolo e tutto attorno all'antica Abbazia di Roccamadore (oggi Roccamotore) fondata nel 1197 da Bartolomeo De lucy, Conte di Paternò.
Dista 7 km dal centro di Messina e si estende per circa 2500 metri.

I terremoti del 1783 del 1908 hanno cancellato pezzi di storia della Prima Circoscrizione di Messina.
A Tremestieri, per esempio, fino al 1783 sorgeva il monastero cistercense di Santa Maria di Roccamodore (costruito nel 1197). Il monastero è legato all'ordine dei Cistercensi, nato in Francia nel 1098.
In Sicilia la sua diffusione fu favorita dagli Svevi. Il tempio aveva una propria autonomia economica e legava al culto, alcune attività lavorative (ad esempio agricoltura e pastorizia). Come tutte le abbazie cistercensi, anche questa (di cui oggi resta solo un vecchio cancello che costituiva l'ingresso laterale) era caratterizzata dalla severità del tracciato e dalla quasi totale assenza di sculture o dipinti d'autore. Secondo alcune fonti storiche, nell'area del monastero vi era anche un cenobio, intorno al quale si venerava un'icona bizantina della Madonna.
Uno dei più illustri abati del monastero fu Oliviero Pignatelli (1573), del quale ancora oggi viene conservato uno stemma marmoreo nella villa sorta sulle ceneri del Monastero. Della antica abbazia sopravvivono: il viale d'ingresso sulla via del Dromo, alcuni capitelli e lapidi inglobati nell'area del concessionario automobilistico, e uno spazio riservato ai monaci in meditazione, che oggi si trova all'interno di villa Mancini-Guttarolo (XIX secolo).
Dopo il terremoto, nell'area fu costruita la villetta dei Tasca, e in seguito l'abitazione, con elementi liberty, dello scultore Riccardo Mancini (oggi conosciuta come villa Guttarolo). Non esiste più la residenza dei d'Alcontres (rimane solo la cappella di famiglia). Mentre villa Colantuoni è stata recentemente ricostruita. Poco prima del bivio per Larderia c'è la chiesa parrocchiale di Santa Domenica.
Chiesa Santa Domenica Tremestieri La chiesa parrocchiale di Santa Domenica è stata costruita nel 1928, sui ruderi di un tempio molto antico, costruito nel diciassettesimo secolo. La torre campanaria che la affianca, infatti, reca la data del 1605. Ha una forma quadrata, con cantonali di bugnato a rilievo, e cornici marcapiano a sezione semicircolare. La chiesa di Santa Domenica cadde sotto i colpi del sisma del 1908 (oggi si conservano soltanto due colonne al limite del sagrato che copre il vecchio cimitero, e che oggi è una piazzetta). Il campanile riuscì invece a resistere; a cadere furono soltanto i sette metri dell'ultimo piano. All'interno sono conservate numerose opere, tra cui: un trittico con Santa Domenica, Santa Lucia e Sant'Agata, attribuito ad Antonello De Saliba e datato 1501; un'acquasantiera rinascimentale con figure di Santi; la statua lignea di Santa Domenica, collocata sull'altare maggiore in marmo; due paliotti e uno stendardo ricamati in argento, con la figura della santa, conservati in sagrestia. Esiste ancora Villa Puleo (XIX secolo).

santa domenica tremestieri A Tremestieri era molto importante la celebrazione per la Madonna di Roccamodore, che cadeva il 2 febbraio (giorno della purificazione). Di tutti gli appuntamenti tradizionali, però, è rimasto soltanto quello di Santa Domenica, celebrato nella seconda domenica di luglio. Fuochi d'artificio e gare podistiche lunghe le vie del villaggio chiudono i festeggiamenti.

Tremestieri oggi è una punto nodale per quel che riguarda il trasporto marittimo sullo stretto ma purtroppo, oggi, i due moduli esistenti per l'attracco delle navi non è sufficente per smaltire l'afflusso continuo di TIR. Il paese subisce anche una crescita espanzionistica nel settore commerciale grazie ai vari centri commerciali che si sono insediati sul territorio, una crescita da subire dato che le infrastrutture viarie sono rimaste invariate. Tra i TIR, che tolti dal Boccetta, attraversano incessantemente la S.S. 114 e il Centro Commerciale di Tremestieri, una nota concessionaria d'auto, il Bingo ed i vari centri alimentari e di abbigliamento la zona ha raggiunto uno stato di caoticità forse unica in tutta Italia.

 

 

 

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Mili MarinaMili Marina è un paese costiero della zona sud di Messina sviluppato in lunghezza segue parte della Via Consolare Valeria (oggi Via Nazionale), una antica Strada Conciliare Romana. Mili Marina vista la sua posizione costiera vanta diverse generazioni di famiglie di pescatori che si avventurano da diversi decenni nelle acque torbide dello stretto di Messina.

Non si hanno  notizie storiche di questo villaggio, soggiogato dai paesi montani che vantavano Abbazie e Storie di Regnanti.

Degna di nota, a Mili Marina, l'ex chiesa di San Paolino Vescovo. Fu costruita nel diciassettesimo secolo e conserva una lapide che ricorda il suo fondatore Federico Rainerio. Nel 1956 ne fu costruita una nuova, che divenne parrocchia e fu intitolata a San Paolino Vescovo. Ogni anno si svolge la bella Processione del Santo di Mili lungo l'antica strada romana che attraversa il villaggio, oggi Via Nazionale. Santo Patrono del villaggio costiero, come detto è San Paolino. La storia del Santo Patrono di Mili Marina risale al 24 Agosto 1957 quando giunge a Moleti, via mare, la  statua di San Paolino Vescovo di Nola. La statua, donata dalla famiglia Settineri, è stata realizzata dalla ditta Giuseppe Stuflesser di Ortisei, in provincia di Bolzano. L’ effige del Santo arriva a bordo di una imbarcazione di proprietà del Signor Rotondo accompagnata in processione da numerose barche. Ad attendere il Santo una grande folla di fedeli tra i quali anche bambini. Da qui in processione, tra  bellissimi canti e struggenti preghiere, si giunge in parrocchia dove, ogni anno, il 24 agosto, si ricorda l'avvenimento.

 

 

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Mili San Marco (o Mili Inferiore) è una frazione del comune di Messina, posizionata presso la Fiumara di Mili, a circa 2 km dallo svincolo autostradale di Tremestieri direzione Catania. L'appositivo San Marco fa riferimento all'intitolazione della parrocchia del paese.

Da visitare a Mili San Marco la Parrocchia di San Marco Evangelista. Antichissima chiesa parrocchiale dedicata a San Marco. Crollò a causa di un'alluvione nel 1855 e fu ricostruita nel 1859 dall'architetto Mallandrino. Più precisamente la chiesa parrocchiale di San Marco fu costruita nel 1859, sulle rovine di un tempio precedente (caduto a causa di un'alluvione nel 1855). E' di stile neoclassico ed ha una pianta circolare.

 

 

L'edificio, progettato da Giuseppe Mallandrino e mutuato dal Pantheon di Roma, è caratterizzato da un pronao, piantato su due solide colonne, e da una cupola. All'interno è conservato un altare marmoreo, ricco di tarsie marmoree e con la statua dello stesso San Marco, patrono del villaggio (secolo XVII). L'edificio è stato parzialmente ristrutturato nel 1960.

I casali storici della vallata di Mili sono Mili San Pietro e Mili San Marco. A partire dal tempo dei Normanni, entrambi hanno avuto come punto di riferimento il monastero di Santa Maria, la cui costruzione fu voluta dal conte Ruggero. Lo stesso monastero esercitò la propria giurisdizione sui casali fino al 1400, anno in cui il cenobio fu concesso ad un vescono da parte di Ferdinando il Cattolico. L'imperatore Carlo V, col parere favorevole del Pontefice, assegnò tutte le rendite all'ospedale della Pietà, che nel 1542 riunì una dozzina di nosocomi cittadini. Nel 1685 i due casali, come anche tutti gli altri casali montani, furono venduti da Bonavides. Alla città furono restituiti nel 1727, dopo quarant'anni. Importanza fondamentale in tutta l'area fu esercitata dagli inglesi. Nel 1810, infatti, accorsero in aiuto dei borbonici, che temevano l'invasione della Sicilia da parte dei Francesi di Gioacchino Murat. In quella occasione propiziarono la costruzione della strada che tuttora collega entrambi i casali alla città.

Appuntamento molto sentito a Mili San Marco era quello del 25 aprile, giorno del Protettore, che festeggiava proprio San Marco. Le donne dei villaggi della vallata di Mili cucinavano ricche portate di carne, paste e dolci con uova o carciofi. Sempre a Mili San Marco, la prima domenica di settembre, si festeggia invece San Sostine (un soldato romano perseguitato per essersi convertito al cristianesimo). Il santo viene invocato alla fine dell'estate perché porti la prima pioggia dell'autunno. La sua statua, inoltre, viene portata nell'omonima cappella allestita in collina, in una processione che passa anche per la chiesa basiliana di Santa Maria.

 

 

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Mili San Pietro è una frazione collinare della città di Messina che conta 769 abitanti (censimento ISTAT 2001). L'appositivo "San Pietro", si riferisce al patrono del paese, San Pietro Apostolo. Viene conosciuta anche come Mili Superiore vista la sua posizione rispetto alle vicine Mili San Marco (detta anche Mili Inferiore) e Mili Marina.

Sita nella zona Sud del territorio cittadino, a 199 m. d'altitudine, all'interno della vallata del torrente Mili, coltivata prevalentemente ad agrumeti, oliveti e vigneti e rigogliosa di vegetazione mediterranea.

I tre casali di Mili Marina, Mili S. Marco e Mili S. Pietro nacquero a ridosso della fiumara di Mili. Ma i casali storici della vallata di Mili, in effetti, sono Mili San Pietro e Mili San Marco. A partire dal tempo dei Normanni, entrambi hanno avuto come punto di riferimento il monastero di Santa Maria, la cui costruzione fu voluta dal conte Ruggero. Lo stesso monastero esercitò la propria giurisdizione sui casali fino al 1400, anno in cui il cenobio fu concesso ad un vescono da parte di Ferdinando il Cattolico. L'imperatore Carlo V, col parere favorevole del Pontefice, assegnò tutte le rendite all'ospedale della Pietà, che nel 1542 riunì una dozzina di nosocomi cittadini. Nel 1685 i due casali, come anche tutti gli altri casali montani, furono venduti da Bonavides. Alla città furono restituiti nel 1727, dopo quarant'anni. Importanza fondamentale in tutta l'area fu esercitata dagli inglesi. Nel 1810, infatti, accorsero in aiuto dei borbonici, che temevano l'invasione della Sicilia da parte dei Francesi di Gioacchino Murat. In quella occasione propiziarono la costruzione della strada che tuttora collega entrambi i casali alla città.

Mili S. Pietro è rinomata soprattutto perché vi sorge l'importante Chiesa normanna di Santa Maria di Mili, risalente al 1092 e rilevante meta turistica.
Proprio dalla chiesa di Santa Maria e dal monastero normanno che le era affiancato, la Prima Municipalità ha preso il nome "Normanno". Del monastero restano soltanto dei ruderi, ma la chiesa è ancora in piedi. Si tratta delle più antiche costruzioni di tutta la provincia di Messina e sono datate 1092. La loro fondazione fu propiziata dal conte normanno Ruggero D'Altavilla. La chiesa è costituita da una navata unica, con tre absidi che si aprono sul transetto, sormontate da tre cupolette emisferiche, tipiche dell'architettura arabo-normanna. La costruzione fu eseguita con laterizi e materiale pietroso policromo. Fu ristrutturata nel Cinquecento, e in quell'occasione la navata unica fu allungata. Intorno alla chiesa restano i ruderi del monastero. Fin dall'inizio il conte Ruggero aveva stabilito che nella chiesa venissero custodite le spoglie di suo figlio Giordano (prima condannato a morte per essersi ribellato al padre, poi graziato, e infine deceduto per cause naturali proprio nel 1092). A seguito delle leggi eversive del 1862, chiesa e monastero furono confiscati; la prima andò al demanio, il secondo ad alcuni privati che lo avevano acquistato. Entrambi versano in condizioni d'abbandono.

Da segnalare l'Eremo di S. Sostine ....
Sorge nel Villaggio di Mili San Pietro, su un poggio ricco di vegetazione dominando tutto il centro abitato. Conserva un pregevole altare intarsiato del '700 con simbologie basiliane, e questo fa supporre che gli eremiti che lo avevano in cura s'ispirarono alla Regola e alla spiritualità di San Basilio. La statua marmorea di San Sostene è datata 1634.

 

 

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La famiglia Moncada é d'origine antichissima e risale a Depisfero, figlio del duca di Baviera, che attuò il cambiamento nel nome in Montecateno, volgarmente detto Moncada. Famiglia di abili condottieri, essa ebbe contatti con la Sicilia ad opera di Guglielmo Raimondo nel 1282 che arrivò nell'isola come militare per il Re Pietro d'Aragona contro Carlo d'Angiò. Guglielmo Raimondo divenne signore dell'isola di Malta che cedette al suo re Federico II ottenendone in cambio Agosta ed il suo castello ed il territorio di Melilli. Tra gli altri esponenti di tale famiglia occorre ricordare:- Guglielmo II; primo Conte d'Agosta nel 1336 per concessione del Re Federico II; - Matteo, Conte di Adernò, uomo illustre da ricordare perché raccolse varie cariche come quella di gran siniscalco, governatore del regno, vicario, capitan generale di alcuni possedimenti in Grecia e titolare della baronia di Pantano e signore della fiumara di S. Leonardo in Sicilia;- Guglielmo III Raimondo Moncada; rapisce la Regina Maria dal Castello Ursino di Catania dove era stata imprigionata da Artale di Aragona, ottennendone in cambio numerosi possedimenti in Sicilia, a partire dall'isola di Liparie numerose città come Naro, Mineo, Sutera e Misilmeri.La nobile famiglia ha un secondo ramo che si rivolge ai principi di Monforte e Conti di S. Peri. Questi ultimi discendono da Federico Moncada barone di Tortoreto, di Monforte e di S. Petri. Tra i rappresentanti di questo ceppo si ricordano:- Giuseppe, primo principe di Monforte nel 1628;
- Giannantonio;
- Emmanuele;
- Jago, tenente generale dell'esercito e grande di Spagna;
- Guglielmo Raimondo Moncada e Galletti, principe di Monforte, Conte di S.Peri, Principe di Soria e Marchese di Santamarina.
Da tale ramo provengono i Principi di Calvaruso.
 
 
E per sapere ancora di più sui principi moncada eccovi una bella lettura
 
 

La Famiglia Moncada, originaria dai duchi di Baviera, fu nobile in Catalogna, dove possedette un gran numero di feudi e titoli e venne portata in Sicilia da un Guglielmo Raimondo, secondogenito del signore d’Aitona in Catalogna, sotto re Pietro I d’Aragona.

Possedette i principati di Alcontres, Calvaruso, Cassaro, Collereale, Larderia, Montereale, Rosolini, Sperlinga, le ducee di Archirafi, Bivona, Montalto; i marchesati di Malta e Gozzo, di Sortino, le contee di Adernò, Agosta, S. Antonio, Caltabellotta, Cammarata,   Collesano,  Sclafani;  i  feudi  di  Alagona,  di Alzacuda, S. Angelo, Bagni, Belliscara, Benvini, Bifara, Boscaglia, Burgio e Torrevecchia, Buzzetta, Calastuppa, Caltavuturo,  Cartolaro, Casacca, Cassibile, Castellammare del Golfo, Castelluzzo, Cicutanova, Ciminna, Cipolla, Colla, Crixunotta, Delia, Fanusi, Ferla, Francofonte e Cadera, Fucilino, Galassi, Galermo, Ginestra, Graniti e Mangiavacchi, Grotta dell’Acqua, Imposa, Longarino, S. Lorenzo, Malosalto, Malpasso, Mandranova, Misilcassimo, Misilmeri, Monastero, Morbano, Muglia, Noara, Pietrabianca, Pietralonga, Placabaiana, Poggioroso, Ponticello, Prato, Priolo, Roccapa-lumba, Sala, Saponara, Scandali, Scordia-Superiore, Solfara, Torretta, Tortorici, Ursitto, Vigliatore, Villadimare, ecc. ecc.

 

Dall’unico tronco dei conti di Agosta e di Adernò, dal quale proviene l’attuale ramo dei principi di Paternò, si staccarono diversi rami e tra questi quello dei baroni di Calvaruso e di Monforte, dal quale il ramo dei principi di Monforte ancora fiorente.

 

L’economia del lavoro non ci consente poter dire convenientemente di detta famiglia; dobbiamo soltanto contentarci di accennare ad alcuni individui di essa, che più eccelsero per cariche sostenute e per possesso di feudi e titoli.
Un Guglielmo Raimondo, quello stesso che portò la famiglia in Sicilia, sposò Lucchina Alagona che lo fece signore delle isole di Malta e Gozzo.
Un altro Guglielmo Raimondo fu conte di Agosta, e gonfaloniere del regno di Sicilia sotto re Pietro II.
Un Matteo, conte d’Agosta e di Adernò, fu gran siniscalco e governatore di Sicilia e vicario e capitan generale nei ducati di Atene e Neopatria.
Un Antonio, conte di Adernò, Centorbi, ecc., possedette la baronia di Miserendino o Sala di Madonna Alvira, che perdette essendo stato da re Martino dichiarato ribelle, fu gonfaloniere del regno e gran siniscalco e nel 1411 liberò la regina Bianca assalita nello Steri da Bernando Caprera.
Un altro Guglielmo Raimondo, conte di Agosta, fu gran contestabile e capitan generale della cavalleria di Sicilia, maestro giustiziere del Regno, rapì dal castello Ursino la regina Maria e la portò in Spagna, dove vennero stabilite le nozze di lei con Martino il giovine, figlio di Martino duca di Montblanc, ottenne nel 1392 concessione di Malta e Gozzo con titolo di marchese, delle terre di Naro, Delia, Sutera, Mussomeli, Manfreda, Gibellina, Favara, S. Angelo Muxaro, Montechiaro, Misilmeri, Mineo, ecc., già dell’infelice Andrea Chiaramonte, ebbe ancora gli stati di Calatafimi, Alcamo, Calattubo, le isole di Favignana, Levanzo, Maretimo, le terre di Novara, Tripì, Saponara, ecc., onori e possedimenti che perdette per essere stato da re Martino dichiarato ribelle nel 1397.
Un Giovanni, secondogenito del precedente, fu barone della Ferla e conte di Adernò, liberò la regina Bianca nel 1410 dall’assedio che le stringeva in Siracusa Bernardo Caprera, fu gran siniscalco, gran cancelliere, maestro giustiziere, ecc.
Un Antonio fu capitano di giustizia in Caltagirone nel 1421 e commendatore dell’ordine di Malta nel 1427.
Un Matteo, con privilegio del 25 giugno 1407, ottenne il titolo di conte su Caltanissetta, fu capitano generale della cavalleria siciliana, ecc..
Un quinto Guglielmo Raimondo, conte d’Adernò, acquistò la città di Paternò, fu maestro giustiziere del regno, gran siniscalco, gran camerlengo, capitan generale delle armi, presidente del regno di Sicilia, ecc..
Un Giovan Tommaso, conte di Adernò e di Caltanissetta fu maestro giustiziere del regno, castellano del Real Palazzo di Palermo e del castello nuovo e vecchio di Licata nel 1479, e governatore della città di Agosta, vicario generale in Catania, ecc., vicerè in Sicilia.
Un Ambrogio, barone di Ferla, fu strategoto di Messina nel 1485.
Un Ugo, cavaliere di Malta e balio di S. Eufemia, fu vicerè in Sicilia e poi castellano di Tripoli nel 1526.
Un Antonio, conte di Adernò, ecc. fu capitano generale delle milizie del regno di Sicilia, capitan d’armi nella Val di Noto, acquistò la terra di Motta San’Anastasia e con privilegio dato a 30 agosto 1519 esecutoriato a 30 gennaio 1521 ottenne conferma degli antichi privilegi di sua famiglia.
Un Francesco, vicario generale in Siracusa, in Catania e nella Valle di Demone e di Noto, deputato del Regno e strategoto di Messina, ecc., con privilegio dato a 8 aprile 1565 esecutoriato a 3 giugno 1567, ottenne la concessione del titolo di principe di Paternò.
Un Cesare, figlio del precedente, principe di Paternò, fu vicario generale e capitan d’armi nella città di Siracusa e di Catania, fece entrare la ducea di Bivona, ecc. in sua famiglia per il matrimonio di lui contratto con Aloisia Luna e Vega.
Un Federico, barone di Tortorici, fu senatore di Palermo nel 1596-97 e capitano di giustizia della stessa città nel 1598-99.
Un Pietro, barone di Saponara, è annotato nella mastra nobile del Mollica (lista XI, anno 1597).
Un Giacomo fu senatore di Palermo nel 1623.
Un Antonio Moncada e Aragona, duca di Montalto, fu cavaliere dell’ordine del Toson d’oro nel 1609, abbracciò poscia lo stato ecclesiastico e fece parte della Compagnia di Gesù.
Un Cesare fu deputato del Regno, e, con privilegio dato a 20 giugno esecutoriato a 11 settembre 1628, ottenne il titolo di principe di Calvaruso.
Un Giuseppe Moncada-Pollicino e Castagna, con privilegio dato a 1 settembre esecutoriato a 24 dicembre 1628, ottenne il titolo di principe di Monforte, ed egli stesso con privilegio dato a 9 marzo esecutoriato a 20 maggio 1628 avea ottenuto  concessione  del titolo di conte di San Piero di Monforte.
Un Luigi Guglielmo Moncada Aragona e La Cerda, principe di Paternò, duca di Montalto, ecc., fu presidente del regno di Sicilia, dal 1635 al 1638, vicerè di Sardegna nel 1647, e di Valenza nel 1657, cavaliere del Toson d’oro, grande di Spagna tre volte, generale della cavalleria del Regno di Napoli, maggiordomo maggiore di re Carlo II, e cardinale di S. R. Chiesa, ecc. ecc..
Un Ignazio (fratello del precedente), fu governatore delle Fiandre.
Un Ferdinando Moncada e Gaetani fu generale delle galere di Sicilia nel 1675, vicerè di Sardegna e di Navarra, conservatore dell’ordine di San Giacomo e sposò Gaetana Branciforti e Moncada, che portò in famiglia Moncasa la ducea di San Giovanni e la contea di Cammarata.
Un Luigi, con privilegio dato a 24 dicembre 1690 esecutoriato a 9 giugno 1691 ottenne il titolo di principe di Lardaria.
Un Pietro fu capitano di giustizia in Catania nel 1688 e 1703.
Un Giacomo, principe di Calvaruso nel 1692, fu colonnello di fanteria negli eserciti di Spagna, cavaliere dell’ordine di San Gennaro nel 1738, maggiordomo della regina di Spagna.
Un Pietro, notato nella mastra nobile di Catania del 16 gennaio 1696 tra i regi cavalieri, tenne nel 1694-95 la carica di patrizio di Catania e forse fu egli stesso quel Pietro, dottore in leggi, figlio di Alessandro, che, con privilegio del 10 febbraro 1697, ottenne il titolo di barone di Santa Maria della Stella.



Un Giuseppe Moncada e Branciforte fu governatore della squadra delle galere di Sicilia e, con privilegio dato in Madrid a 7 marzo 1710 esecutoriato in Messina a 31 maggio 1713 ottenne il titolo di principe di Collareale.

Un Francesco, principe di Larderia, fu maestro razionale del tribunale del Real Patrimonio e vicario generale in Messina nel 1718.
Un Pietro Moncada e Paternò, maestro notaro del senato di Catania nell’anno  1745-46,  fu  giurato  di detta città negli anni 1746-47.
Un Guglielmo, principe di Calvaruso nel 1745, fu gentiluomo di Camera, cavaliere dell’ordine del S. Gennaro nel 1747.
Un Letterio, principe di Rosolini, fu capitano di giustizia di Palermo nel 1746-47, deputato del regno nel 1745; un Pietro Moncada e La Rocca, principe di Montecateno, fu regio secreto della città di Messina, vicario generale in Milazzo nel 1746 e maestro razionale del tribunale del Real Patrimonio.
Un Tommaso Moncada e La Rocca dei principi di Calvaruso, fu arcivescovo di Messina nel 1743 e patriarca di Gerusalemme nel 1751.
Un Vincenzo, principe di Alcontres per la moglie Flavia Ardoino, ottenne per tale titolo riconoscimento del Grandato di Spagna a 26 luglio 1765, fu brigadiere nei reali eserciti, cavaliere del San Gennaro e maresciallo di campo.
Un Raimondo fu senatore di Messina nel 1753.
Un Francesco, principe di Sperlinga, figlio di Pietro, principe di Montecateno fu ascritto alla mastra nobile di Messina del 1798-1807.
Un Francesco Benedetto, un barone Pietro-Maria Moncada e Marullo; un Giuseppe-Eugenio, un Francesco Maria, un Giovanni e un Giacinto ottennero a 6 luglio 1767 di poter far uso del titolo di regio cavaliere.
Un Emanuele Moncada ed Oneto, principe di Monforte, fu tenente generale degli eserciti di Spagna, commendatore dell’ordine di San Giacomo della Spada e cavaliere di San Gennaro nel 1768, ottenne a 6 luglio 1772 attestato di nobiltà dal Senato di Palermo  e  fu  grande  di Spagna nell’anno 1780.
Un Francesco Moncada e Branci forte, principe di Larderia, di Rosolini, ecc. fu deputato del Regno nel 1782, consigliere del Commercio nel 1792, ministro plenipotenziario alla Corte Pontificia, gentiluomo di camera, cavaliere del San Gennaro.

Un Giovan Luigi, principe di Paternò, fu capitano di giustizia in Palermo negli anni 1777-78-79-80, cavaliere dell’ordine del San Gennaro e gran croce del Costantiniano e riacquistò per sentenza del tribunale del Concistoro del 25 giugno 1797, la contea di Adernò, Centorbi e Biancavilla, della quale ottenne investitura a 20 ottobre 1797;
Un monsignor Raimondo fu vescovo di Patti.
Un Giuseppe; un Carmelo, conte di San Piero, figlio di Giovanni Antonio, principe di Monforte, sono ascritti alla mastra nobile di Messina del 1798-1807.
Un Francesco Rodrigo Moncada-Aragona e Branciforte, principe di Paternò, conte di Caltanissetta, ecc. gentiluomo di camera di re Ferdinando IV, ecc., ottenne la carica di capitano di giustizia di Palermo con real diploma dato a 8 settembre esecutoriato a 9 ottobre 1811.

Un Francesco, barone di Gelfamuto, a 2 agosto 1814 ottenne parere favorevole per la chiesta concessione di un titolo nobiliare.
Un Pietro, conte di Caltanissetta, principe di Paternò, ecc. fu senatore di Palermo negli anni 1827-28-29-30, sedette alla camera dei Pari nel 1848, sposò Giuseppa nobile dei marchesi di Bajada, dalla quale ebbe Corrado, marito di Stefania nobile Starrabba dei principe di Giardinelli, dama di palazzo di Sua Maestà la regina Margherita, e padre di Pietro, cavaliere d’onore e di devozione dell’ordine di Malta, riconosciuto, con decreto ministeriale del 16 ottobre 1900, nei titoli di principe di Paternò, duca di S. Giovanni, conte di Caltanissetta, conte d’Adernò, Centuripe e Biancavilla, conte di Cammarata, barone della Motta di Santa Anastasia, barone di Melilli, barone di Grottarossa, barone delle Foreste di Troina, barone della Mendola, barone delle onze 164 annuali sopra i caricatori del regno, barone del grano uno dei tarì del frumento, signore di Nicolosi, signore di Belpasso, signore di Stella di Aragona, signore di Fenice di Moncada, signore di Gulfo, signore di Campisotto, signore di Centuripe e Biancavilla, signore di Malpertuso ossia Nuova Fenice, signore di Graziano, signore di Gallidoro, signore di Deliella, signore del Cugno. Il ramo dei principi di Monforte è oggi rappresentato da Giovanni-Eugenio Moncada e Vizzini, di Guglielmo Raimondo, di Giovanni Antonio, il quale ultimo, per il matrimonio contratto con Maria-Rosa Galletti, fece avere al ramo Moncada di Monforte diritto ai titoli di principe di Soria, marchese di Santa Marina, barone di Castania.

 
 
 
 
 

Arma: inquartato di nero al leone coronato d’oro e fusato in banda d’argento e di azzurro, che è di Baviera e sul tutto partito, di Moncada, che è di rosso, ad otto bisanti d’oro, due su due e di Aragona, che è d’oro, a quattro pali di rosso.
Cimiero: leone coronato d’oro, illeopardito, col capo rivoltato.
Motto: Et Simili Semper.

 

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A volte capita di guardarsi intorno e di notare dei particolari del nostro territorio che attirano, ma non così tanto da chiedere, domandarsi, informarsi su ciò che abbiamo notato. Quel qualcosa, a volte, colpisce la nostra vista e incuriosisce la nostra mente. Succede molto più spesso di quanto ci si aspetti dalle nostre parti.... infatti..... avrete sicuramente notato.....

 

Stiamo parlando dell'Abbazia di Roccamadore (oggi roccamotore), un altro dei tanti monumenti antichi che costellano il nostro territorio ma che nessuno conosce. Pezzi di storia che vanno via via perdendosi grazie a chi, non ha a cuore ciò che di bello possediamo e che potrebbe essere valorizzato. Un luogo così in altri posti del mondo attirerebbe miglia di v isitatori. Resti di antichissime Abbazie sparse nel mondo e meno importanti storicamente hanno solo il pregio di essere curate, pubblicizzate, gestite, ma sopratutto salvaguardate avendo cura di ciò che i secoli e gli eventi non hanno cancellato per sempre.

Tralasciando le sempre "inutili" critiche parliamo un pò della storia dell'Abbazia di Roccamotore, l' Abbazia di Tremestieri.
A fondare l' Abbazia di Roccamadore furono i Cistercensi che, seguendo la Regola di S. Benedetto, furono grandi bonificatori e agricoltori ed ebbero un notevole ruolo nelle vicende dell'economia agraria medioevale.  Questa caratteristica si sposava con la tendenza, verso la fine della dominazione normanna, a creare spazi per l'agricoltura attraverso lo sfruttamento delle fiumare, e cioè sfruttare gli spazi e le possibilità che offrivano gli irrequieti torrenti prima di esaurirsi nel mare.

Questa tendenza si manifestò nel vallata del Valdemone, sia nella fascia occidentale che orientale. Furono centri propulsori le Abbazie di diversi ordini religiosi. In particolare, nella zona a sud della città il prete Scolaro fondò e dotò un monastero dedicato al Salvatore, a Zafferia l'Arcivescovo di Messina nel 1176 affidò la messa a cultura a quattro uomini venuti dalla Calabria, tra i torrenti Larderia e Mili la propulsione venne dall' Abbazia di S. Maria di Mili e, successivamente, tra i torrenti Larderia e Zaffaria da quella di S.Maria di Roccamadore gestita appunto dai monaci cistercensi.

Questa Abbazia fu fondata e dotata di rendite da Bartolomeo de Lucy, conte di Paternò e di Butera, che durante un viaggio aveva fatto il voto di fondare un monastero e di offrirlo ai cistercensi in cambio di una messa ogni anno in suffragio della sua anima quando sarebbe morto.

Nel settembre 1194, l'arcivescovo Riccardo di Messina concesse a Bartolomeo il permesso di costruire la sua Abbazia. A Giacomo, il futuro abate, venne concessa la libera elezione, l'esenzione dal giudizio del tribunale episcopale e vari privilegi minori. Nondimeno, S.Maria di Tremestieri doveva essere soggetta per tutto il resto alla normale giurisdizione episcopale e doveva dare alla Chiesa di Messina quattro candele ogni anno, e pane e vino all'arcivescovo quando questi visitava il monastero.

La conquista di Messina da parte di Enrico VI nel 1194, la sua entrata a Palermo il 20 novembre e la sua incoronazione il giorno di Natale, mise fine al periodo normanno in Sicilia ed assicurò la prosperità di S.Maria di Roccamadore, i cui possedimenti egli confermò poco tempo dopo.

Dall'elogio in carta pecora del 1197 apprendiamo che il nome di Roccamadore è mutuato da un'omonima chiesa sita nella Gallia Narbonese che il fondatore S.Amadore dedicò alla Vergine Maria della Rocca, perchè costruita su una rupe scoscesa. Più precisamente si tratta della cittadina di Roc Amadour en Quercy.

Il monachesimo cistercense (da questo sito abbiamo preso spunto e qualche foto per questo articolo - aspetto info da loro per diritti di copyright.... O non vedrete più questa frase o non vedrete più le foto... hihihi), in origine,  rigettava la signoria della terra, la comodità, le scuole e i rapporti con i villaggi. E' escluso che un borgo, dunque, si formi intorno al monastero che viene costruito in luoghi da eremiti come boschi, terreni paludosi come dovevano essere i terreni tra le fiumare di Larderia e Zafferia a quel tempo; due tipi di beni gli erano indispensabili, l’acqua e la pietra, che il sito sicuramente forniva. Una esplorazione dimostrò l’esistenza di un pozzo sotterraneo, a cui si accede da una galleria, e una attigua sena che sicuramente appartenevano al cenobio. Le due fiumare, poi, abbondano di sassi e macigni.

Il territorio dove sorse l'Abbazia era quello di Tremestieri, che prenderebbe la sua denominazione da "tre Monasteri" (Monasterium S.M. de Tribus Monasteriis vocatum) o forse dal toponimo di origine greca Tremethousha (esiste una località omonima nell’isola di Cipro) ma che prima di allora si chiamava “Al kanays ‘at talat“.

I beni che il Conte Bartolomeo de Luce donò all’Abbazia di Roccamadore  sono diversi ed elencati in alcuni testi cistercensi: L’abbazia di Roccamatore sin dalle origini possedeva tre mulini , frequentati anche da laici estranei al monastero, nonostante lo statuto del Capitolo generale lo vietasse espressamente.

Si ha infatti notizia di una donazione di Bartolomeo di Lucy, confermata dalla Regina Costanza, alla abbazia di Roccamadore dei mulini di Ruveto che egli aveva avuto in cambio dalla prioria di S.Leone di Pannacchio nel dicembre 1199. L’anno successivo dona alla chiesa di San Leone, presso Mongibello, un mulino denominato Nuovo, in cambio dell’altro mulino detto di Ruveto, già assegnato alla chiesa di Roccamadore.

La costruzione cistercense prevede che l’edificio sia costruito su di un modulo quadrato, lo stesso della Città di Dio,  presente in tutti i rapporti di proporzioni  sui quali si progettano le varie parti del monastero e più rigorosamente la chiesa; quadrato pure è il chiostro intorno al quale i monaci passeggiano meditando con il libro in mano. La chiesa ha la centralità della costruzione cistercense e tutte le altra parti sono subordinate; così la chiesa è progettata per ospitare gli altari per le celebrazioni dei monaci, per accogliere la Schola cantorum durante il canto delle ore sette volte al giorno ed una durante la notte. Non è stata progettata per accogliere fedeli estranei, e le sue vie di accesso sono solo con il dormitorio e il chiostro, e due porte laterali una posta a nord per i rari visitatori e una a sud per i conversi; sulla facciata che guarda  ad ovest non vi sono aperture , ad eccezione di alcune finestrelle per far passare la luce. La pianta a croce latina della chiesa è funzionale ai riti che in essa si svolgono, ed ha nel transetto, anch’esso di forma quadrata ed affiancato da cappelle rettangolari coperte da un unico tetto, il suo punto focale; questo era lo stile delle Abbazie circestensi ma della chiesa di Roccamadore, purtroppo non è rimasto nulla, sappiamo solo che sull'altare maggiore vi era esposta una antichissima immagine della Madonna di fattura bizantina; ed è questa una delle poche notizie che abbiamo riguardo all'edificio e al suo contenuto. Abbiamo cercato di supplire alla grave mancanza di notizie sulla nostra abbazia, ricorrendo sia alla descrizione che ne fa il regio visitatore Mons, De Ciocchis, sia analizzando le sopravvivenze architettoniche di altra abbazie cistercensi tuttora esistenti di Sicilia e Calabria  che abbiano avuto qualche rapporto con essa.

La Chiesa dell'Abbazia di Roccamadore è molto grande e costruita a forma di croce al di là dell'altare maggiore, è fornita di due altari con proprie cappelle, e ha il corpo, l'organo, sagrestia e torre campanaria. Il Monastero è affiancato da un chiostro con ventotto colonne di pietra e consta anche di due conclavibus o dormitori con le celle dei monaci e ha due orti ad uso dei monaci. Infine il monastero era dotato di una biblioteca ricca di molteplici volumi. Erano conservate nel Sacrario dello stesso Cenobio le reliquie di molti Santi, di cui le più insigni pare fossero: un pezzo del legno della S.Croce, le ossa di S.Lucia Vergine e Martire, di San Blasio, di Sant'Ignazio, e le ossa pelle e sangue di S.Nicola Cosentino, Monaco Cistercense.

Da questi elementi possiamo ipotizzare che corrispondesse alle tradizioni costruttive e alle forme architettoniche delle  le abbazie cistercensi tuttora esistenti in Italia.

I monaci cistercensi associavano ufficio divino e lettura spirituale con il lavoro manuale, in cui venivano affiancati da conversi laici; la Abbazie erano autonome ed esprimevano inizialmente il proprio Abate, pur rimanendo sotto la sorveglianza dell'Abbazia fondatrice che godeva del cosiddetto "ius paternitatis" designandovi il primo abate, presiedendo all'elezione dei successori, compiendovi visite regolari con poteri disciplinari e punitivi e derimendo eventuali controversie che si venivano a creare tra i monaci e l'abate.

Per questo i primi Abati di Roccamadore furono tutti frati cistercensi, contemporanei al periodo di espansione e di floridezza dell'Ordine che dura fino a tutto il XIV secolo.

Alcuni atti antichi ci raccontano....

Il Capitolo Generale dell’Ordine Cistercense nel 1236 punisce l’Abate di Roccamadore per non aver rispettato  il divieto di mangiar carne in conformità con gli Statuti dell’Ordine.

Nel 1268 l’abbazia di Roccamadore  ebbe in gestione il casale di Gadara, compresi i suoi abitanti, nel territorio di Messina che era appartenuto al miles messinese Giovanni de Amato.

Beranardo di Adinolfo attesta di aver ricevuto da Matteo de Limogiis, per incarico di Bonsignore  Lardea, di Caracosa sua moglie e di Giovanna figliastra di Bonsignore, 12 once d’oro ricavate dalla vendita di una vigna sita in Messina nella contrada "de Tribus Monasteriis".

 

Dopo la ribellione del 1282 contro gli Angioini, conosciuta come Vespri Siciliani, a cui Messina partecipò sconfiggendo e cacciando il presidio francese comandato da Eberto d'Orleans, Carlo d'Angiò, salpando con la sua flotta da Catona, sbarca presso l'Abbazia di Roccamadore disponendo tutto il suo esercito e le macchine da guerra. Da qui si muove per cingere d'assedio Messina.

Lo storico Tommaso Fazello ci fornisce il reddito dell'Abbazia di Roccamadore ai suoi tempi (si consideri che la prima edizione dell'opera del Fazello è datata 1557): 471 once d'oro.

Placido Samperi nel 1644 riferisce di una grave siccità che aveva colpito la zone 45 anni prima: una processione penitenziale composta da contadini e dalle Confraternite dei casali vicini, partì dal Monastero di Roccamadore per la via del Dromo recando con sè l'antichissima icona della Madonna, per chiedere "la desiderata grazia della pioggia." (  Arrivato il corteo "al casale detto delle Contesse" avvenne il miracolo di enormi nuvole nere, che arrivando dalle montagne portarono con sè la tanto agognata pioggia. In ricordo di questo prodigio le Confraternite presenti si impegnarono a portare ogni anno un cero in occasione della Purificazione della Beata Vergine il 2 di febbraio, giorno della sua solenne festa.

Nel 1735 Carlo III di Borbone reintegrò Messina di tutte le rendite e onorificenze che le erano state precedentemente alienate a causa della sconfitta subita dalla rivolta antispagnola del 1678, per opera soprattutto del suo Vicerè Don Eustachio De Laviefuille. Questi nel 1751 fu ospite del convento di Roccamadore come ricorda una lapide tuttora esistente, posta sui resti del vestibolo "cento passi il prospetto del tempio. La lapide, in marmo, fu posta dal Priore Ignazio Aiello in occasione dei lavori di abbellimento da lui stesso eseguiti due anni dopo la visita, nel 1753.

Il terribile terremoto del 1783 distrusse quasi interamente  il monastero, che viene così sostanzialmente abbandonato dai Padri Cistercensi.

Dopo l'Unità d'Italia, a seguito del decreto di soppressione degli Ordini Religiosi, il Monastero di Roccamadore fu venduto dal Demanio il quale lo demolì tutto e rizzò su quell'area una sontuosa casa da villeggiare a due piani. Detta casa, ceduta in appresso ai signori Targa, cadde completamente nel disastro del 1908.

Le terre intorno al Monastero furono acquistate dalle famiglie Stagno D'Alcontres, Puleo, Lella e Marino, che vi costruirono le loro ville.

L'opera di distruzione è proseguita in tempi recenti con la costruzione della statale 114, che ha separato il viale d'ingresso dai pochi resti ancora esistenti dell'Abbazia, divise in diverse proprietà, giacciono in stato di completo abbandono; per esempio i resti pur consistenti del viale d'ingresso sono in gran parte sommersi dai rottami e dalle carcasse di una concessionaria d'auto. Alcune parti in pietra sono smontate e ammucchiate nello stesso posto e potrebbero essere utilizzate per ripristinare lo stato primitivo, con l'impegno di qualche buon amministratore della nostra città.

Fonti: Articolo del Prof. Giuseppe Martino
www.cistercensi.info

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Sul sagrato della Chiesa cominciano a radunarsi a partire dalle 22.30. Arrivano prima i ragazzi, zaino in spalla e la forte emozione di un’esperienza nuova dipinta in volto. Subito dopo i fedeli più adulti, ormai avvezzi a quella mistica passeggiata notturna su fino alla cima della sacra montagna della Madonna di Dinnammare. Il monte, sulla catena dei Peloritani, gode di una vista spettacolare sui due mari, lo Jonio e il Tirreno e proprio dal termine latino “bimaris” prende il nome. Il racconto si perde nella notte dei tempi. Nessuno sa chi e quando costruì la prima, piccola chiesetta che si erge sul monte. Certo é che, come dice Monsignor Giovanni Cara, autore di un piccolo opuscolo sulla dedizione alla Madonna del monte, «sulla cima di Dinnammare, in tempi remotissimi, sorgeva una specola o torre, da cui le sentinelle spiavano le mosse del nemico che veniva dal mare. Cessate le guerre, i messinesi decisero di porre “miglior sentinella” alla città ed eressero una chiesa dedicata alla singolar protettrice di Messina, la Santissima Vergine Maria».

E ancora oggi, come da almeno tre secoli, in più di 1500 si radunano il 3 agosto a Larderia Inferiore, nella chiesa di San Giovanni Battista, culla e custode di un culto che costituisce una delle principali tradizioni religiose messinesi. A mezzanotte la processione comincia: non sono solo abitanti di Larderia, ma anche fedeli di paesi vicini, ad accompagnare il quadro della Madonna di Dinnammare, splendida opera di Michele Panebianco, sù per il torrente prima, fino a contrada S. Biagio, a Larderia Superiore, e poi su per i viottoli della forestale, fino a Dinnammare. I devoti si alternano nel portare sulle spalle e sul capo il dipinto, chiuso in una cassetta: m

olti di essi hanno fatto voto alla Madonna di "scortarla" su fino alla cima del monte Dinnammare. La lunga processione, alla luce di lampadine tascabili e flebili fiaccole, arriva all’alba al ripetitore Telecom. E lì, ad attenderla, è il rettore del santuario e parroco di Larderia Inferiore, padre Domenico Rossano, che li accompagnerà fino alla piazza antistante il Santuario.

Su un'antica ma cina di mulino, che funge da altare, viene celebrata le Santa Messe, Una ogni ora, dall'arrivo del Quadro miracoloso sino a tarda sera.

Sono ormai le nove e fino alla mattina seguente la piccola chiesetta resterà aperta ad accogliere il fiume di pellegrini che vorranno testimoniare la loro fede alla Madonna.

La chiesa, nel 1899 vide la sua ultima ricostruzione, per disposizione governativa. Da quel giorno è stata la pa rrocchia di Larderia ad interessarsi della sua manutenzione, allargandola, di due stanze prima adibite a sagrestia. Di recente, il luogo di culto, è stato ancora  rinnovato e curato principalmente per i servizi destinati ai pellegrini. All'alba del 5 agosto la processione riprende forma per accompagnare l'oggetto di un culto che resiste nei secoli fino a Larderia, per i medesimi passi dell'andata. Di nuovo, dunque, fino a contrada S. Biagio, da dove, questa volta, ripartirà su una vara di legno addobbata di fiori e scortata dai confrati dell’Associazione Madonna di Dinnammare e dal popolo di fedeli. Resterà per le strade, festeggiata dai bambini e dagli adulti, fino a prima di mezzanotte, quando verrà riportato dentro la chiesa di San Giovanni Battista. Caratteristica ed emozionante l'ingresso tra le navata della Chiesa della vara della Madonna festeggiata con canti. Il sentito urlo "Viva Maria" dei fedeli mette e brividi facendo vivere sensazioni indimenticabili di devozione.

Il pellegrinaggio al monte Dinnammare si svolge anche la prima domenica di settembre. I devoti alla Santa Icona della Madonna concedono alla Santa Vergine un'altra passeggiata verso la sua casa che, anche se il Quadro viene conservato nel periodo invernale nella parrocchia di Larderia,  rimane sempre la piccola chiesetta sulla cima del Monte Dinnammare. Era troppo manifesto che la Madonna volesse stare lassù, in cima al monte quasi ad osservare e proteggere tutta la Città di Messina.

Le Leggende

Su due leggende si fonda il culto della Madonna di Dinnammare. La prima narra di due mostri marini, che emersi dalle acque al largo di Mare Grosso, deposero il quadro della Madonna al cospetto di alcuni pescatori, che versate "lagrime di tenerezza e devotione", portarono il dipinto nella chiesetta di Dinnammare. Prima del 1644, però il quadro venne trafugato da ignoti e sostituito da un altro, si dice ritrovato da un pastorello, "tale Occhino". Intento a pascolare i suoi armenti sul monte, egli trovò una tavoletta di pietra, che riportava l'immagine della Madonna col Bambino tra le braccia. Più volte egli tentò di portarlo a Larderia, ma sempre il quadro sparì per ricomparire a Dinnammare. Fu così che i fedeli decisero di lasciare il dipinto lì dove "la Madonna voleva che rimanesse", e il Santuario divenne meta di pellegrinaggi. Quando, nella notte del 30 settembre 1837, un fulmine distrusse quasi interamente il mezzo rilievo, al suo posto venne realizzata a spese dei fedeli un’altra tavoletta di marmo, e collocata lì dove ancora possiamo ammirarla.

 

 

 

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Domina Larderia Inferiore avendo una posizione invidiabile che, negli anni, servì agli antichi Principi di Larderia per un totale controllo sul paese. Oggi ormai trasandato conserva ancora delle bellezze architettoniche che risalgono al secondo periodo seicentesco. Tutto attorno al maestoso palazzo i giardini, segno di onore e distinzione a quel tempo, in cui si diceva ci fosse un pozzo dove Francesco Moncada buttava i suoi nemici allo stremo delle forze per dargli l'ultimo segno della potenza di questa famiglia che tra il 600' e l'800' costruirono parti importanti della storia dell'Isola e di gran parte del meridione.

Il palazzo oggi cade a pezzi e forse, nemmeno un attiva e intelligente restaurazione può portarlo ai fasti di un tempo. I giardini, invece, sono un luogo bellissimo a vedersi se non ci fossero le erbacce ed i cespugli che nascondono delle vere opere architettoniche di gran rilievo che facevano bella mostra inseriti tra fiori, siepi e alberi fruttiferi. L'unica cosa che si può fare oggi è raccontare il passato sperando che tutte le bellezze del nostro paese non vadano in rovina come il Palazzo e i giardini dei Principi di Larderia.

 

 

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§  La storia di Larderia

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Il Presepe Vivente al Forte Cavalli

Rivivere l'atmosfera che fù di Betlemme più di due millenni fa è possibile!!!


A Larderia, nella struttura fortificata Cavalli, si svolge il "Presepe Vivente a Forte Cavalli". Nel periodo delle festività natalizie un avvenimento a cui è impossibile non partecipare. Fondamentale è la cura nei particolari che gli organizzatori studiano per tutto l'anno per rendere reale ciò che è stato tanti anni fa. Antichi mestieri e perdure tradizioni rivivono. Un salto nel passato dove atmosfere perdute nei secoli vengo interpretate.

La struttura del Forte Cavalli è il più bel palcoscenico in cui buona parte degli abitanti di Larderia si immedesimo nelle varie parti rendendo il posto e l'atmosfera unica nel suo genere. Non è il classico presepe vivente in cui una grotta e due botteghe fanno un presepe. A Larderia, al Forte Cavalli, passando il ponte levatoio si esce dal tempo entrando nella storia, nella storia più bella.

 


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§  Forte Cavalli

§  Associazione Aniakas

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Spettacoli come la Notte Bianca di Larderia sono eventi unici che solo con organizzazione ed impegno possono essere realizzati. Durante la serata giochi, cibo, divertimento e tantissima musica che riempiono la notte più lunga del nostro paese. La Notte Bianca è organizzata dall'Associazione Aniakas che dal 2006, anno della prima edizioni, hanno pensato e realizzato la notte più bella di Larderia.
Durante la serata, di particolare interesse artistico, la mostra estemporanea di pittura per immortalare parti caratteristiche del nostro paese. Diversi pittori scelgono scorci di paese e cercano, con la loro arte, di trasferirli su tela mettendo in mostra la loro bravura. Quest'ultima è inserita in un contesto più sbarazzino dove la fanno da padrone i giochi ideati dall'associazione. Diverse squadre, organizzate durante la serata per dare la possibilità a tutti i presenti di partecipare, si sfidano in diverse gare di abilità, destrezza e capacità. Uno dei momenti più spettacolari , i giochi. Tiro alla fune, corsa coi sacchi, giochi d'acqua e tanti altri si susseguono senza sosta durante la serata e sino a tarda notte.
Non viene trascurato l'aspetto culinario nella Notte Bianca; non può mancare il panino con la salsiccia, il vino, l'anguria ed infine, aspettando l'alba, i cornetti caldi.
E poi musica, musica, musica. Gare di Karaoke, sfide di Liscio, musica dance sino allo spuntar del sole.
L'edizione 2007 ha visto la partecipazione di Radio Zenith che ha trasmesso tutta la serata in diretta dalle sue frequenze 98.900 e 100,900 (Radio Zenith trasmette anche online in tutto il mondo.
Dalle ore 20 alle 6 del mattino di sabato 11 agosto in diretta dalla Piazza di Larderia, è stata trasmessa la Notte Bianca 2007. Radio Zenith coi suoi Dj e spikers ha fatto divertire con musica e battute non solo chi ha partecipato all'evento ma anche chi si collegava via radio o via internet.

Una delle più belle serate di Larderia, la Notte Bianca. Ogni anno, in una serata d'estate, a Larderia.
Non potete non esserci il prossimo anno.......
Questo evento è avvenuto nel passato, non vi è certezza che venga riproposto.
Venite a trovarci per avere conferma. Online......

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La VII edizione della Sagra di Carnevale di Larderia si svolgerà nella piazza del villaggio il 18 febbraio 2012. Su LarderiaWeb tutte le ultimissime notizie sulla VII edizione della Sagra di Carnevale !!!!!

 

sagra di carnevale 2010

 

"La Sagra di Carnevale a Larderia"


Un evento che riscuote grande successo. Si svolge tutti gli anni il Sabato e la Domenica di Carnevale nella piazza principale di Larderia Inferiore (Piazza Maria S.S. di Dinnammare). Un evento che coinvolge i giovani e i meno giovani del paese impegnati nella buona riuscita della manifestazione. La Sagra di Carnevale riscuote complimenti sopratutto per i magnifici „maccheroni con il sugo delle squccidde di maiale“. I Maccheroni sono rigorosamente fatti in casa dalle donne di Larderia con l’antichissimo metodo del ferro d’ombrello. Il Maiale è fornito dalle macellerie rigorosamente di Larderia che selezionano con cura la parte che servirà alle donne per preparare il saporitissimo condimento. Un piatto da gustare!!!

Immancabile è il pane con la salsiccia, in ogni sagra, ma a Larderia tutto viene dal lavoro dei nostri compaesani. Anche le chiacchere, la pignolata e il miele sono esclusivamente di origine lardarota. Indovinate da dove viene l’allegria ed il divertimento? Sempre da Larderia!!!!

Alla Sagra non si mangia solamente………

Il carnevale a LarderiaLa Sagra di Carnevale è organizzata dall'Ass. Selene che cura la realizzazione dell'evento dando sempre importanza all’aspetto culturale della manifestazione. Nel primo anno è stato diffuso un documento che trattava, in breve, la storia del paese. L’anno scorso, uno stand è stato dedicato all’esposizione di alcune foto che riferivano degli avvenimenti del passato che hanno coinvolto il paese. Queste facevano da contorno al primo vero libro che raccontava…..“Larderia nella memoria isolana“ di Filippo Occhino (da cui derivano parte delle foto che vedete su LarderiaWeb) che ha dato il logo a LarderiaWeb. Il terzo anno è stato creato un angolo in cui, su uno schermo, passavano le foto che vedete in questo sito. Inoltre, lo stand era tapezzato di immagini e testi che trattavano di Larderia. In bella mostra i libri che trattano di Larderia. C'era tutto, o quasi, quello che leggete e vedete su Larderiaweb.it

Musica, mascarati, carri allegorici e le varie scenette messe in opera da alcuni pazzoidi di paese (rimasta nella storia la scena del malato che cade in mezzo alla piazza e dopo qualche secondo la barella che lo soccorre dell’anno scorso) fanno da completamento ad una serata tra le più divertenti del paese di Larderia.

La Sagra di Carnevale si migliora crescendo sia da un punto di vista strutturale e organizzativo ma soprattutto ampliando i giorni di sfarzo nel bellissimo villaggio di Larderia. Infatti si è passati a fare due giorni di baldoria a Larderia nell'ultima edizione.

La Sagra riempe le serate di...

Sabato di Carnevale: con la classica serata incentrata sulla parte culinaria cercando di esaltare ciò che di buono c’è a Larderia. Maccheroni fatti in casa, Pane e Salsiccia, Vino, miele e qualche dolce tutto rigorosamente preparato dalle donne e dalle aziende del nostro paese.

Domenica di Carnevale: festa grande in piazza con musica live sino alle ore 22,30 e poi…. tutti  a ballare, scherzare e ridere con la serata dance-carnevalesca che durerà sino a tarda notte.

In entrambe le serate è sempre gradita la maschera per partecipare all’allegria e al divertimento che gli abitanti del nostro paese possono dare.  Vi raccomando, non mancate e spargete voce.

Ci divertiremo insieme………..

 

LarderiaWeb, com’è ovvio, vi informerà delle news che riguardano questo evento.
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Un pò di Storia e qualche leggenda

La Festa della Madonna di Dinnammare ha origini antichissime, ma una data certa non la si conosce. Si pensa che nell’era cristiana, ma non nei primordi del Cristianesimo, i Messinesi posero miglior sentinella per l’uno e per l’altro mare la su al monte : la SS. Vergine, a cui eressero una chiesetta.

Non sappiamo precisamente quando fu costruito il Santuario di Dinnammare, si opta per l’epoca Bizantina. Il Quadro che vi si venera era molto antico e vi è „costante tradizione in quei luoghi“ dice il parroco Placido Samperi, che l’immagine della Madonna sia capitata lassù in seguito a questo prodigio:

<< mentre alcuni pescatori stavano rivedendo e racconciando le loro reti, nella spiaggia del mare, più vicina al monte (la spiaggia di Larderia), videro venire verso la riva due mostri marini, sostenenti nella schiena un quadro e, ivi deposto, tuffarsi nelle onde o sparire. Pieni di stupore quei pescatori corrono a vedere il Quadro e, al mirar l’immagine della Madonna, si commuovono e s’inginocchiano sul lido, versando lacrime di tenerezza: la baciano e la ribaciano, ringraziandola dell’aver voluto venire sulla loro spiaggia. Quei pescatori attribuirono il fatto al naufragio di qualche veliero, che, assieme alle mercanzie, portava quel quadro; ed anche alla predilezione di Maria per la città di Messina, dov’era universalmente onorata.

La notizia dello sbarco prodigioso del quadro volò come il vento e, verso il lido, fu un accorrere di tutti i ceti e di tutte le età per vederlo e per baciarlo. Il lido era diventato un Santuario!!!

Quei buon pescatori, dopo aver venerato e fatto venerare sulla spiaggia la prodigiosa immagine, la portarono riverentemente sulla vetta di Dinnamare, dove sorgeva la Chiesetta della Madonna. Ed allora da tutti i villaggi vicini, a grandi carovane o alla spicciolata, muovevano pellegrinaggi: e tutti vanno al monte per piangere e pregare dinanzi al quadro prodigioso; e le Grazie piovono, perché si prega con fede. Sempre così: le Grazie piovono quando si prega con fede!!! >>

Quanto tempo sia stato lassù il quadro miracoloso non lo sappiamo. Sappiamo però dal Saperi che, nel 1644, data la pubblicazione della sua “Iconologia della Beata Vergine Maria” lassù si venerava un immagine di mezzo rilievo della Madonna, perché il quadro primitivo era stato rubato da ignoti.

Si pensa che l’arrivo del Quadro della Madonna nella spiaggia di Larderia sia di epoca normanna.

Una copia del quadro miracoloso, che si conserva a Messina in una cappelletta rustica, è lungo e largo 8 palmi, nella contrada Zaera. Quadro e cappelletta erano stati fatti costruire da un contadino dei villaggi vicini, tanto devoto della Madonna di Dinnamare che, ogni anno, a proprie spese, ne celebrava sul monte la festa, e oltremodo desideroso di diffondere il culto. Sappiamo che quell’immagine divenne veneratissima ed operò prodigi.

Verso l’anno 1600, i naturali di Larderia vollero far dipingere un nuovo quadro. Il pittore anziché riprodurre la Madonna com’era dipinta nelle copie rimaste, ne dipinse soltanto il busto ed in giù avvolse la figura in una nuvola bianca. Si preoccupò di dipingere la scena dei Delfini che portavano il quadro sulla riva. Quel quadro però non restava sempre sul monte; vi si portava nel tempo delle feste di agosto. Durante l’anno restava a Larderia ed era collocato sopra un apposito altare, che sorgeva a destra della porta della sacrestia, sotto la graziosa cappella di S.Giacomo.

il Santuario di Dinnamare era rimasto senza un quadro fisso.

Vi pensò la Madonna per farlo collocare.

„Un pastorello di buoi, della famiglia Occhino, stava a guardare il suo armento alle falde del monte. Salito sulla vetta, s’imbatte in una tavoletta di pietra, alta due palmi e larga un palmo e mezzo, dov’era scolpita rozzamente la Madonna col Bambino tra le braccia. Se la porta a casa a Larderia, ma la mattina seguente non la trova più in casa, ma nel posto dove l’aveva trovata il giorno prima. La riporta a casa per altre due volte e altre due volte la ritrova sulla cima del monte.

Saputo ciò, il Cappellano di Larderia, ordina che la tavoletta di pietra si porti in parrocchia. Detto fatto. Ma il giorno seguente la tavoletta si trovava in cima al monte.

Era troppo manifesto che la Madonna volesse star lassù. E lassù la collocarono sopra l’altare.“

Nella notte del 30 settembre 1837, durante un terribile temporale, un fulmine colpiva la tavoletta di pietra trovata dal pastorello Occhino che era murata sopra l’altare di Dinnamare. Rimasero intatte solo le teste e parte del collo della Madonna e del Bambino. Alcuni frammenti furono murati nella Chiesa di S. Sebastiano a Larderia Superiore, al lato destro dell’altare maggiore, dove ancora sono venerati dai fedeli. Altra tavoletta di pietra venne presto collocata, al posto della prima, nel Santuario di Dinnamare,  rappresentante la Santissima Vergine col Bambino in braccio. Ai lati inferiori si vedono i due delfini che portano l’immagine sulla schiena. Codesta tavoletta di marmo ancora è al suo posto nel Santuario ed quello che si porta in festa per il paese giorno 5 agosto, data in cui terminano i festeggiamenti iniziati a cavallo tra il 3 ed il 4 di agosto con il pellegrinaggio dei fedeli che partono dalle varie stradelle che dalla città raggiungono la cima del monte.

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Facilmente raggiungiubile da Larderia un capolavoro dell’ architettura antica.

abbazia miliLa chiesa, assieme all’ adiacente convento, fu costruita negli ultimi decenni del XI secolo, “inaugurata” ed affidata ai monaci basiliani, di rito orientale, nel 1092, con atto di donazione del Conte Ruggero il Normanno, il quale, oltre a donarle notevoli estensioni di terreno nelle vicine zone dell’ odierno III Quartiere del Comune di Messina, fece ivi seppellire il proprio figlio Giordano, morto in battaglia nei pressi di Siracusa in quell’ anno. Tuttavia, la presenza di un piccolo cenobio già in epoca bizantina nel luogo dove sorse, nel 1092, la nuova Abbazia normanna, è sufficientemente documentata. La presenza dell’ Abbazia, centro non solo religioso ma anche economico e (per un certo periodo di tempo) anche politico della vallata di Mili e di quelle circostanti, stimolò attività come la produzione della seta, la coltivazione dei terreni ad essa appartenenti e la molitura del grano, dando luogo alla formazione di un primo nucleo abitativo a monte dell’ Abbazia, nell’ alto bacino del torrente Mili (Mili Superiore, oggi Mili San Pietro) e successivamente Larderia e Mili Inferiore (oggi Mili San Marco).

L’ Abbazia, tra ‘300 e ‘400, attraversò un periodo di decadenza a causa, soprattutto, dell’ usurpazione delle proprie terre da parte di nobili messinesi senza scrupoli, i cui nomi compaiono persino nella serie degli Abati di quel periodo (caso embrionale di “conflitto di interessi”!). La ripresa, sulla base dei pochi documenti ad oggi rinvenuti, dovette cominciare con  il XVI secolo, quando, precisamente nel 1511, l’ unica navata della chiesa fu prolungata di circa un terzo ed il soffitto rifatto. L’ Abbazia, di Regio patronato, era soggetta a visite periodiche di Re o visitatori regi che garantivano il decoro e l’uniformità del culto a quello “ufficiale”. L’ abate, di nomina regia, dal 1542 divenne in perpetuo, per volere dell’ imperatore Carlo V, il rettore del Grande Ospedale di Messina, appena fondato nella città dello Stretto.
Successivamente si aprì per l’ Abbazia un periodo di decadenza che però non portò mai al collasso dell’ istituzione religiosa, come avvenne per buona parte dei monasteri basiliani in Sicilia del tempo, probabilmente perché sostenuta economicamente dalla vivace economia agricola del territorio. La storia del cenobio si chiude miseramente nel 1866 quando, con le leggi eversive post-unitarie, il convento fu acquisito dal Demanio e venduto a diversi soggetti, mentre la chiesa rimase in possesso del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’ Interno e, da allora, versa in uno stato di totale degrado.

Il convento è oggi in precarie condizioni di stabilità, e buona parte di esso è già crollata, mentre la chiesa, agibile grazie ad un sommario restauro dei primi anni ’80, è inaccessibile date le condizioni precarie dell' arco d’ingresso complesso monasteriale che hanno comportato, nel dicembre del 2002, il sequestro dell’ intero complesso. E così un tale gioiello architettonico, ignorato da tutto e da tutti, cede progressivamente ai colpi che il tempo gradatamente gli assesta, sottraendolo alla fruizione dei cittadini e dei turisti che vi accorrono anche dall’ estero.
Dal punto di vista architettonico, la struttura della chiesa è molto semplice, ad unica navata e con tre absidi; l’interno è stato completamente spogliato degli stucchi e degli altari che l’adornavano da un discutibile restauro agli inizi del ‘900. Da ammirare le tre cupole della zona absidale, in tutto simili a quelle delle moschee nordafricane e, dall’interno, il gioco di archi sovrapposti, anch’ esso di ascendenza musulmana, che sostengono la cupola centrale, più grande, e le due minori ai lati. All’ esterno, tipico dell’ architettura normanna è il sistema di archi intrecciati, presente in molti monumenti siciliani del tempo e la decorazione dell’ abside ad archi poggianti su lesene. Bello anche il portale in marmo e pietra calcarea della semplice facciata, costruita più avanti della precedente nell’ intervento cinquecentesco di allungamento della navata, e lo stesso portone ligneo, risalente al ‘500. Da ammirare anche il tetto a travature scoperte del 1511, data che si legge su una trave. Il convento, in fase di degrado da decenni, è posteriore al 1092, perché ricostruito sul precedente, demolito o distrutto per motivi a noi ignoti. In esso alcuni studi hanno portato alla luce importanti resti che confermerebbero la presenza di un cenobio bizantino precedente a quello normanno ed anche una grande sala del piano terra adibita a palmento.

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chiesa s.sebastiano

 

A Larderia Superiore una piccola chiesa che possiede grandi tradizioni come la festa di S.Sebastiano. A destra dell'Altare sono incastonati parti in marmo dell'antico bassorilievo raffigurante l' icona della Madonna di Dinnammare che anni fa risiedeva nel Santuario in cima ai monti peloritani e che venne distrutto da un fulmine.

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Ormai in rovina e chiusa da tempo.....

Sorge in Contrada Misericordia, prima di raggiungere l'abitato di Larderia Superiore. Fu fondato nel 1700 da eremiti dell'Ordine dei Pacomiti, insieme con altri cinque Eremi, con atto rogato dal notaio Garufi il 18 maggio 1770.

L'alluvione del 1858 distrusse l'Eremo che fu ricostruito, ma la soppressione delle corporazioni religiose del 1866 lo fece ripiombare di nuovo nel degrado.

Fu espropriato e venduto all' asta, acquistato da un sacerdote che trasmise la proprietà ai suoi discendenti che ancora la detengono.

La chiesa è stata spogliata d'ogni arredo, ma conserva ancora tre altari rifiniti a stucco del secolo XIX e quello maggiore, con tabernacolo, affiancato da semicolonne.

 

 

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chiesa di S.Giovanni BattistaLa chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista è stata costruita nel diciottesimo secolo. E’ un edificio a pianta basilicale, con tre navate ripartire da due serie di colonne in pietra. Fu danneggiata sia dal terremoto del 1783, che da quello del 1908 e ristrutturata entrambe le volte. Non fu invece possibile recuperare il campanile, e quello attuale è stato edificato recentemente.

La chiesa conserva notevoli opere d’arte, tra cui: affreschi di Letterio Paladino (1691-1743), che raffigurano nell’abside la Santissima Trinità, Storie dell’Antico Testamento ed Episodi dell’infanzia di Gesù; altare della Madonna di Dinnammare, con la tela di Michele Panebianco (1806-1873); Madonna in trono col Bambino di Girolamo Alibrandi (1470-1524); Madonna dell’Itria, di autore ignoto, forse del XVII; due cenotafi dei Principi di Moncada.

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Forte Cavalli fa parte dei 24 forti del Campo Trincerato di Messina, costruito dallo Stato Maggiore dell’Esercito tra il 1883 e il 1902, con lo scopo di difendere parte del territorio meridionale dai continui sbarchi francesi impegnati in quel periodo in una politica espansionistica coloniale verso la Tunisia.

Questa opera fortificata, capace di resistere al terremoto del 1908 superò indenne le due guerre mondiali, una volta dismesso dalla Marina Militare nel 1954, ha subito un lungo periodo di abbandono e di degrado.

Dichiarato bene storico-artistico, il Forte è stato recuperato e reso riutilizzabile alla collettività grazie all’Associazione “Comunità Zancle”-ONLUS, che lo ha ottenuto in concessione demaniale nell’anno 2000. Il lavoro dell’Associazione ONLUS, mira a restituire alla città un pezzo di storia dimenticata e a riconquistare spazi artistici e culturali, porta finalmente i suoi frutti.

Contro ogni più rosea previsione, Forte Cavalli è oggi sede di iniziative che coinvolgono scuole, famiglie, ragazzi e cittadini desiderosi di riappropriarsi di un patrimonio che appartiene ad una città privata della sua storia dal terremoto del 1908 e desiderosa di riconquistare l’immagine dignitosa che le compete per il suo passato e per la sua invidiabile posizione climatica e geografica nel Mediterraneo. Nella Piazza d’Armi del Forte è stato collocato il più grande cannone italiano della II Guerra Mondiale (16 tonnellate per 10 metri di lunghezza), donato dal Ministero della Difesa e dichiarato Monumento ai Caduti di Tutte le Guerre.

Il Museo Storico di Forte Cavalli, unico per tipologia in tutta la provincia di Messina, con un flusso di oltre 2.500 presenze in un anno di attività, è diventato una meta importante per i turisti e le scuole della provincia.

Non sono poche le persone che ignorano l’esistenza delle numerose strutture militari, per la maggior parte perfettamente integre, che rappresentano concrete testimonianze del nostro passato battagliero. L’esigenza di difesa era molto avvertita nella città di Messina, città di grande importanza in passato in quanto anello di congiunzione tra la Sicilia e il continente, situata in una  posizione strategica tale da stimolare gli appetiti dei potenti. Messina, dunque, come le altre città,  e forse ancor di più, possiede numerosa vestigia di strutture architettoniche di tipo militare, appartenenti a varie epoche, a partire dall’età classica fino alla fine dell’Ottocento: è senz’altro un patrimonio architettonico ancora imponente, ma, purtroppo, minacciato da un’espansione edilizia del tutto priva di criteri. Forte Cavalli è ancora uguale a come, nel lontano ‘800 assumeva funzione difensiva. Primo del Forti del Sud controllava la vista sulla Jonio e ancor oggi si ammari l’ ampia visuale che lo rende uno dei posti panoramici più spettacolari della città di Messina.

Era dunque la fortificazione posta a difesa dell’accesso meridionale dello stretto, da incursioni provenienti sia dall’alto che dal basso Ionio.

Sorge in linea d’aria quasi di fronte alla città di Reggio Calabria.

L’opera è tutto sommato in buono stato di conservazione, non ha subito danni durante il secondo conflitto mondiale, dopo il quale è stata dimessa ed in seguito adibita a deposito esplosivi per una ditta impegnata nei lavori di costruzione dell’autostrada Me – Ct  e poi abbandonata.

La sua pianta è quella classica trapezoidale, con il fossato ben conservato, la caponiera posta sulla destra e l’ingresso centrale a ponte levatoio. Essa è simmetrica e presenta due rampe laterali per salire ai piani superiori, alle cui estremità erano installate le torrette telemetriche in acciaio oggi non più presenti.

L’estensione sulla linea del rilievo, ed in particolare del terrapieno di combattimento sono maggiori rispetto alle altre batterie, date le numerose postazioni di artiglieria, separate da tre riservette munizioni di pronto impiego.

La batteria Monte Gallo/Cavalli è infatti una delle poche ad avere 8 piazzole per obici più due piattaforme semicircolari laterali per i cannoni, tutt’oggi visibili nonostante i lavori di ripiastrellamento subiti nel tempo.  In totale il numero di artiglierie in dotazione, anche se misto è pari solo a quello del forte Masotto ed il forte Petrazza.

Anche quest’opera, come le altre, ha subito diversi saccheggi ed asportazioni, sono infatti sparite ringhiere, elevatori, scale e tutto il materiale ferroso che era possibile prelevare.

Tuttavia i concessionari hanno gradualmente riportato la struttura in buone condizioni, rendendola finalmente fruibile e godibile in tutti i suoi particolari.

 

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A sud di Messina sorge un monte, alto 1130 metri, chiamato Dinnamare, perchè domina i due mari: lo Jonio e il Tirreno.

Quel monte fa parte dei Monti Peloritani e, in antico, si chiamava Nettunio ed anche Calcidico (di primi abitanti di Messina, i Calcidesi).

Vallate scoscese e profondi burroni da ogni parte lo circondano. La sua cima è rocciosa, arida e brulla e non produce che eriche e felci, mentre le ridenti colline che, elevandosi dal mare, abbondano di uliveti, vigneti e alberi fruttiferi.

Dalla cima del monte, guardando verso oriente, ti si para innanzi lo spettacolo magnifico dello Appennino Calabro, seminato di paeselli e separato dalle acque dello Stretto, che bagnano, da una parte, le incantevoli riviere di Reggio Calabria e Scilla e, dall’altra, le amene spiagge di Messina.

Da occidente ammiri il promontorio di Milazzo, Tindari e, più in là, in mezzo alle onde, le Isole Eolie.

Sul dorsale della catena, e alle falde del monte non è raro sentire suonare, d’estate, la cornamusa del „boaro“ o del pastore, seduto e appoggiato su un masso, mentre, poco lungi, pascolano le vacche rosse ed il gregge con la classica campanella al collo.

Sulla cima di Dinnamare, in tempi remotissimi, sorgeva una spelonca o torre, da cui le sentinelle spianvano le mosse del nemico che veniva dal mare. C’è lo fa sapere Solino, scrittore latino della fine del III secolo dopo Cristo, con queste parole: „E Neptunio specula est in Thuscum et Adriaticum“.

Dov’era l’antica torre, più tardi nell’era cristiana, ma non nei primordi del Cristianesimo, i Messinesi posero miglior sentinella per l’uno e per l’altro mare : la SS. Vergine, a cui eressero una chiesetta.

Non sappiamo precisamente quando, si opta per l’epoca Bizantina. Il Quadro che vi si venera era molto antico e vi è „costante tradizione in quei luoghi“ dice il parroco Placido Samperi, che l’immagine della Madonna sia capitata lassù in seguito a questo prodigio:

<<mentre alcuni pescatori stavano rivedendo e racconciando le loro reti, nella spiaggia del mare, più vicina al monte (la spiaggia di Larderia), videro venire verso la riva due mostri marini, sostenenti nella schiena un quadro e, ivi deposto, tuffarsi nelle onde o sparire. Pieni di stupore quei pescatori corrono a vedere il Quadro e, al mirar l’immagine della Madonna, si commuovono e s’inginocchiano sul lido, versando lacrime di tenerezza: la baciano e la ribaciano, ringraziandola dell’aver voluto venire sulla loro spiaggia. Quei pescatori attribuirono il fatto al naufragio di qualche veliero, che, assieme alle mercanzie, portava quel quadro; ed anche alla predilezione di Maria per la città di Messina, dov’era universalmente onorata.

La notizia dello sbarco prodigioso del quadro volò come il vento e, verso il lido, fu un accorrere di tutti i ceti e di tutte le età per vederlo e per baciarlo. Il lido era diventato un Santuario!!!

Quei buon pescatori, dopo aver venerato e fatto venerare sulla spiaggia la prodigiosa immagine, la portarono riverentemente sulla vetta di Dinnamare, dove sorgeva la Chiesetta della Madonna. Ed allora da tutti i villaggi vicini, a grandi carovane o alla spicciolata, muovevano pellegrinaggi: e tutti vanno al monte per piangere e pregare dinanzi al quadro prodigioso; e le Grazie piovono, perché si prega con fede. Sempre così: le Grazie piovono quando si prega con fede!!!>>

Quanto tempo sia stato lassù il quadro miracoloso non lo sappiamo. Sappiamo però dal Saperi che, nel 1644, data la pubblicazione della sua “Iconologia della Beata Vergine Maria” lassù si venerava un immagine di mezzo rilievo della Madonna, perché il quadro primitivo era stato rubato da ignoti.

Si pensa che l’arrivo del Quadro della Madonna nella spiaggia di Larderia sia di epoca normanna.

Una copia del quadro miracoloso, che si conserva a Messina in una cappelletta rustica, è lungo e largo 8 palmi, nella contrada Zaera. Quadro e cappelletta erano stati fatti costruire da un contadino dei villaggi vicini, tanto devoto della Madonna di Dinnamare che, ogni anno, a proprie spese, ne celebrava sul monte la festa, e oltremodo desideroso di diffondere il culto. Sappiamo che quell’immagine divenne veneratissima ed operò prodigi.

Verso l’anno 1600, i naturali di Larderia vollero far dipingere un nuovo quadro. Il pittore anziché riprodurre la Madonna com’era dipinta nelle copie rimaste, ne dipinse soltanto il busto ed in giù avvolse la figura in una nuvola bianca. Si preoccupò di dipingere la scena dei Delfini che portavano il quadro sulla riva. Quel quadro però non restava sempre sul monte; vi si portava nel tempo delle feste di agosto. Durante l’anno restava a Larderia ed era collocato sopra un apposito altare, che sorgeva a destra della porta della sacrestia, sotto la graziosa cappella di S.Giacomo.

Come abbiamo detto, il Santuario di Dinnamare era rimasto senza un quadro fisso.

Vi pensò la Madonna per farlo collocare.

<<Un pastorello di buoi, della famiglia Occhino, stava a guardare il suo armento alle falde del monte. Salito sulla vetta, s’imbatte in una tavoletta di pietra, alta due palmi e larga un palmo e mezzo, dov’era scolpita rozzamente la Madonna col Bambino tra le braccia. Se la porta a casa a Larderia, ma la mattina seguente non la trova più in casa, ma nel posto dove l’aveva trovata il giorno prima. La riporta a casa per altre due volte e altre due volte la ritrova sulla cima del monte.

Saputo ciò, il Cappellano di Larderia, ordina che la tavoletta di pietra si porti in parrocchia. Detto fatto. Ma il giorno seguente la tavoletta si trovava in cima al monte>>

Era troppo manifesto che la Madonna volesse star lassù. E lassù la collocarono sopra l’altare.

Nella notte del 30 settembre 1837, durante un terribile temporale, un fulmine colpiva la tavoletta di pietra trovata dal pastorello Occhino che era murata sopra l’altare di Dinnamare. Rimasero intatte solo le teste e parte del collo della Madonna e del Bambino. Alcuni frammenti furono murati nella Chiesa di S. Sebastiano a Larderia Superiore, al lato destro dell’altare maggiore, dove ancora sono venerati dai fedeli. Altra tavoletta di pietra venne presto collocata, al posto della prima, nel Santuario di Dinnamare,  rappresentante la Santissima Vergine col Bambino in braccio. Ai lati inferiori si vedono i due delfini che portano l’immagine sulla schiena. Codesta tavoletta di marmo ancora è al suo posto nel Santuario.

Ai nostri tempi, nella festa di Dinnamare (3, 4 e 5 Agosto) si trasporta processionalmente, nelle prime ore del mattino del 3 Agosto, da Larderia al monte, il bel quadro di Michele Panebianco, buon pittore messinese dell’Ottocento, fatto eseguire a spese dei fedeli. Il pittore rappresenta la scena del trasporto del quadro sul dorso dei delfini. La Madonna è assisa in trono, col Bambino appoggiato sopra il braccio destro il volto della Madonna è assai dolce, ed ispira devozione. Il Bambino è leggiadro. Nulla manca al quadro per poter dirsi bello.

Il 3 agosto, prima che sorga il sole, il quadro è già collocato sull’altare del Santuario montano e vi rimane sino alla mattina del giorno seguente. Nel pomeriggio e durante la notte, da tutti i viottoli che mettono al Santuario, torme di pellegrini con cereei in mano e, spesso scalzi, per voto.

Dopo l’ultima messa del giorno 5, il Quadro, chiuso in una scatola di legno, viene portato, tra canti e Viva Maria, alle falde di Dinnamare, dov’è la Chiesa di San Biagio. Di là, nel pomeriggio del 5 Agosto, si porta in processione per le vie di Larderia, nella cui chiesa parrocchiale, la mattina si sono svolte funzioni solenni.

Il Santuario di Dinnamare, che sorgeva proprio sulla cima del monte, fu restaurato diverse volte nel corso dei secoli (nel 1886 da Giuseppe Caprì per devozione di Suor Concetta Caprì).

Detto Santuario, per disposizione governativa, fu demolito l’anno 1899, perché in quel luogo doveva costruirsi una fortezza. Il governo stesso che lo demolì, lo fece riedificare, però più in basso, una sessantina di metri distante dalla fortezza, ed è quello attuale anch’esso ristrutturato di recente.

Vara Madonna Dinnammare

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La famiglia dei Moncada era in Sicilia già dai primi anni del quattordicesimo secolo. Ebbero grandissimo rilievo nella storia dell'isola, e le loro vicende furono spesso legate a fatti di violenza o di sangue. Nel Quattrocento divennero duchi di Monforte e intrecciarono legami fittissimi con la corona d'Aragona. Appena cent'anni dopo i Moncada avevano in mano le sorti di gran parte della Sicilia ed occupavano posti di prestigio e di potere. Don Aloisio Moncada acquistò nel 1684 il casale di Larderia ed ottenne il titolo di Principe. Nel 1727, dopo che il figlio Francesco aveva preso il suo posto, il casale tornò sotto la giurisdizione del Senato. Lo stesso Francesco, come Vicario di Filippo V, Re di Spagna e Sicilia, rimase coinvolto in prima persona nei tumulti scoppiati a Messina nel 1718, a causa dell'aumento del prezzo del pane.

Un altro discendente, Guglielmo, partecipò nel 1720 alla cavalcata che si svolse a Messina in onore di Carlo V, terzo re di Spagna e di Sicilia. Svariate sono le leggende legate alla proverbiale crudeltà e cupidigia dei Moncada; si narra infatti, che il Principe, osservando dalle finestre del suo Palazzo, le donne che andavano a prendere l’acqua al fiume, si divertiva a sparare sulle loro “cottare” (brocche per l’acqua) per il gusto di vederle bagnate, regalava poi il denaro necessario per comprarne altre.
Si racconta anche, che se qualcuno si fosse sposato, il Principe avrebbe avuto il “diritto alla prima notte”: la sposa doveva trascorrere la prima notte di matrimonio in casa del principe.

 

 

 

 

 

 

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